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Sanità lombarda, l’ipotesi di un buco da 1,6 miliardi di euro agita i partiti. Cosa sta succedendo

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04.03.2026

Guido Bertolaso, assessore regionale al Welfare

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Milano – Regione Lombardia rischierebbe di ritrovarsi con uno scoperto di 1,6 miliardi di euro. E su un capitolo decisamente sensibile: quello della sanità. In questo momento, è bene precisarlo, il buco non c’è, non ancora perlomeno. In questo momento, stando a quanto si è faticosamente appreso ieri, sono in corso negoziazioni con il Governo sia sul piano tecnico sia sul piano politico per evitare che col buco ci si debba misurare in occasione dell’approvazione del prossimo bilancio regionale. E non è affatto escluso che tali negoziazioni possano andare a buon fine. Il tema, però, sta agitando Palazzo Lombardia, la maggioranza di centrodestra e in particolare Fratelli d’Italia.

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Ieri pomeriggio se n’è discusso in un incontro tra Antonello Turturiello, segretario generale della Giunta regionale, e una delegazione di assessori di Fratelli d’Italia. Un incontro che in origine era stato fissato per affrontare un solo tema, non relativo alla sanità.

Qual è il problema

Nel dettaglio, c’è una distanza tra quanto Regione Lombardia ritiene di dover ricevere dallo Stato attraverso il fondo nazionale per la sanità e quanto lo Stato ritiene di dover dare, una distanza pari a 1,6 miliardi di euro, così suddivisi: 700 milioni di euro a titolo di rimborso degli adeguamenti fatti dalla Regione sulle tariffe delle prestazioni sanitarie, le quote extra Lea, e altri 900 milioni di euro per le spese relative al personale, alle nuove assunzioni e all’abbattimento delle liste d’attesa.

Il nodo delle quote extra Lea

Semplificando, il primo punto, quello che vale 700 milioni di euro, riguarda i soldi da corrispondere alla sanità privata accreditata. Regione Lombardia ha cioè deciso di retribuire alcune prestazioni sanitarie meglio di quanto preveda lo Stato, ha deciso di aumentare le tariffe, di aggiornare il tariffario dei cosiddetti Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), in modo da rendere tali prestazioni più attrattive per gli ospedali privati accreditati ed evitare che questi si organizzino per garantire soprattutto le prestazioni che già oggi sono particolarmente remunerative. A quanto si apprende, però, questo ritocco del tariffario, in questa congiuntura, costituirebbe un problema per le casse pubbliche. Ma anche per alcune Regioni, in particolare per quelle che subiscono il fenomeno della migrazione sanitaria. Se un paziente residente in Campania – esempio non casuale, visto che nel recente passato fu proprio l’ex governatore Vincenzo De Luca a sollevare il tema – viene a curare in Lombardia e necessita di una prestazione per la quale in Lombardia è prevista una tariffa più alta, la sanità campana deve pagare la quota maggiorata.

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La parte relativa alla retribuzione del personale

Quanto agli altri 900 milioni di euro, come detto si tratta di fondi che Regione Lombardia chiede per le assunzioni del personale, per le retribuzione del personale ma anche per le liste d’attesa. Tre problemi reali, tre problemi decisamente concreti, la carenza di personale, le basse retribuzioni e il volume delle liste d’attesa in Lombardia. Premesso e sottolineato questo, c’è chi, a proposito dei fondi oggetti di negoziazione, sussurra che la Giunta lombarda si sia fatta “prendere la mano” dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri della pre-intesa sull’autonomia differenziata, nella quale si prevede di dare alla Regione maggior flessibilità sull’uso dei fondi della sanità superando la logica dei silos, cioè dei fondi rigorosamente vincolati. Ieri l’assessore regionale al Welfare, Guido Bertolaso, cercato da Il Giorno, ha smentito tutto con poche e per nulla esaustive parole, affidate alla portavoce. Sembra certo, invece, che Fratelli d’Italia non abbia preso benissimo la scoperta di questo eventuale scoperto. Occhio alla seduta di Giunta di lunedì.

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