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Lancini: “Dire ai ragazzi ‘lasciate stare i coltelli’ non funziona” /

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Chiara Mocchi, l'insegnante di francese vittima dell'aggressione di uno studente; gli studenti all'uscita della scuola media di Trescore Balneario; lo psicoterapeuta Matteo Lancini

Per approfondire:

Articolo: Chi è il 13enne che ha accoltellato l’insegnante: l’aggressione ripresa col telefonino e trasmessa su Telegram. In casa materiale (forse) esplosivoArticolo: Studente accoltella un’insegnante a scuola a Trescore Balneario: è grave. Sulla maglietta del 13enne la scritta ‘vendetta’Articolo: Chiara Mocchi, chi è l’insegnante accoltellata da uno studente in una scuola a Trescore BalnearioArticolo: Valditara sulla prof accoltellata a Trescore: subito misure contro criminalità giovanile. Fontana: oltrepassato ogni limite

Bergamo – A Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, un tredicenne ha accoltellato un’insegnante di francese 57enne, Chiara Mocchi – attualmente ricoverata all’ospedale Papa Giovanni XXIII in prognosi riservata – nei corridoi dell'istituto Leonardo Da Vinci. Due mesi fa, alla Spezia, la morte di Youssef Abanoub, ucciso a coltellate dal compagno di classe Zouhair Atif. Nel 2024, a Varese, l’accoltellamento della docente Sara Campiglio per mano di uno studente. Nel 2023, Elisabetta Condò. Episodi singoli, che insieme diventano il sintomo di un’emergenza dalle radici profonde. “Per chi fa il mio mestiere, gesti come questi sono l'espressione più drammatica possibile di un carico di emozioni che non viene mai elaborato e comunicato davvero”, dice Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e autore di ‘Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti’ (Raffaello Cortina, 2025).

Professore, di questo episodio colpisce, in base alle informazioni avute finora, che il ragazzino sia arrivato a scuola già con l'occorrente per compiere un’aggressione. Cosa legge in questo?

"È un elemento che pesa molto. Quel ragazzo è uscito di casa con l'idea di compiere un gesto molto violento, e lo ha fatto in un luogo che frequenta ogni giorno, pieno di relazioni e affetti. Quello che si può ipotizzare – lo dico senza conoscere la situazione specifica, che andrà valutata da chi incontrerà questo ragazzo – è un progetto vendicativo da portare a compimento nel luogo dove hai subito, o percepisci di aver subito, un torto. Non è un caso che la scuola sia sempre più coinvolta in queste dinamiche: è lì che si concentrano le emozioni più intense dell'adolescenza, i conflitti, le relazioni significative. E quando quelle emozioni non trovano un canale, rischiano di esplodere proprio lì".

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C'è anche una dimensione estetica importante: i pantaloni mimetici, la maglietta con scritto "vendetta".

"È la manifestazione esterna di un vuoto identitario profondo. Un ragazzo che si presenta così, non ha niente da perdere al punto di compiere un gesto che rovina anche la sua vita, non solo quella della vittima. Non riesco, per cultura professionale, a interpretare questo come il frutto di una cattiva educazione. Non è un ragazzo maleducato: è un ragazzo che non è riuscito a mettere in parola le emozioni che lo abitavano, e quelle emozioni sono diventate un agito”.

La spiegazione "facile", se vogliamo, è che su questi comportamenti pesi l'immaginario che i ragazzi assorbono da social, videogiochi, musica. È corretto?

"Capisco che possa essere rassicurante dare una colpa precisa a un qualcosa di esterno, individuare un oggetto da eliminare. Ma non regge. Il problema è più profondo: siamo una società che ha sdoganato la violenza, costruito un individualismo estremo, e che fatica enormemente a legittimare emozioni come la paura, la tristezza e la rabbia. Ci siamo raccontati di ascoltare i nostri figli più di quanto siamo stati ascoltati noi, ed è vero. Ma sotto quell'ascolto c'è spesso una clausola non detta: ti ascolto, ma non voglio sentirti arrabbiato, triste, spaventato. Le emozioni disturbanti vanno contenute, gestite, non eliminate. Se non vengono legittimate – nel senso di ascoltate – in adolescenza esplodono: in un isolamento, in un disturbo alimentare o in gesti violenti".

Ci siamo raccontati di ascoltare i nostri figli più di quanto siamo stati ascoltati noi. Ma sotto c'è una clausola non detta: non voglio sentirti arrabbiato, triste, spaventato

La scuola, diceva, è sempre più teatro delle manifestazioni di questo disagio. La risposta immediata punta, inevitabilmente, alle regole e alla sicurezza. È corretto?

"Non è sbagliato intervenire sul piano normativo, ma da solo non basta e soprattutto non ferma davvero chi non ha niente da perdere. Bisogna dircelo chiaramente: un ragazzo che esce di casa e compie gesti del genere non sta calcolando le conseguenze. Non cambierebbe nulla se, per dire, sapesse di rischiare il carcere. Aggiungo che la legge minorile italiana è tra le più avanzate al mondo e viene studiata come modello: un infra-quattordicenne non imputabile non resta impunito – viene attivato un sistema di interventi, monitoraggio, misure di sicurezza. Non bisogna compiere l’errore di confondere la punibilità calibrata sull'età con l'assenza di risposta".

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Anche in altri paesi dell'area europea – tra tutti Francia e Inghilterra – si sono moltiplicati casi di violenza giovanile. Il fenomeno italiano è diverso?

"Francia e Inghilterra hanno registrato livelli di violenza giovanile di questo tipo superiori a quelli italiani, ma attenzione alle semplificazioni: dipende molto dai contesti territoriali, dai fenomeni di marginalità sociale – le banlieue francesi, le specificità del Regno Unito. Detto questo, ci sono elementi che vanno chiaramente oltre i confini nazionali. La mancanza di attenzione al futuro delle nuove generazioni – le politiche sull'ambiente, i 56 conflitti in corso al mondo che sdoganano immagini di violenza reale, la generale sensazione che gli adulti non stiano costruendo nulla per loro – non produce conflitto generazionale, come ci aspetteremmo, bensì disperazione. E la disperazione si trasforma in violenza verso il coetaneo o verso l'adulto, non in ribellione organizzata. Questo è un fenomeno che appartiene al nostro tempo in generale”.

Choc a Trescore Balneario

Cosa bisognerebbe fare, concretamente, per reagire a questa tendenza?

“Fare prevenzione, quella vera. Non una lezione frontale in cui dici ai ragazzi ‘mi raccomando, non prendete il coltello’. Non funziona: equivale a imporre ulteriori regole. Bisogna invece lavorare per creare contesti in cui le emozioni – anche quelle sconvenienti come la rabbia – possano essere espresse e ascoltate davvero”.

Al posto di dare semplicemente la colpa ai social, chiedete ai vostri figli cosa pensano di quello che è successo

Che consiglio si sente di dare a un genitore?

“Al posto di dare semplicemente la colpa ai social, chiedete ai vostri figli cosa pensano di quello che è successo. Ascoltate anche le risposte che non vorreste sentire. Legittimare un'emozione non vuol dire darle ragione: vuol dire che c'è un adulto disposto a starci dentro. Ed è questo, più di qualsiasi norma, che fa prevenzione”.

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