I Giardini Reali di Monza a pagamento: “Ma solo per chi viene da fuori città”. La proposta dell’ex Sovrintendente
I Giardini Reali sono frequentatissimi dai giovani soprattutto durante la stagione primaverile ed estiva
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Monza – Una biglietteria all’ingresso dei Giardini Reali, almeno per chi arriva da fuori città. Un’idea che torna a riaffacciarsi nel dibattito culturale monzese e che, questa volta, viene dal punto di vista di Marina Rosa, già ispettrice della Soprintendenza per la Villa Reale e oggi presidente del Centro documentazione delle residenze reali lombarde. «Sono sempre stata, come funzionario della Soprintendenza, e sono tutt’ora, favorevole alla bigliettazione dei Giardini Reali per chi non è monzese», spiega. «Se vengono messi a pagamento, si crea un rapporto diverso da parte di chi li frequenta: diventa come quando entri in un museo». Non una barriera, dunque, ma un gesto di rispetto verso un luogo «importante, storico, che va rispettato».
"Uno spazio prezioso”
«I Giardini Reali sono uno spazio prezioso – prosegue la studiosa –. La bigliettazione, anche con modiche cifre, sarebbe funzionale alla loro conservazione. Per i monzesi, invece, per il rapporto naturale che hanno sempre avuto col luogo, sarebbe giusto tenerli gratuiti». Un’ipotesi non nuova. Già l’anno scorso Bartolomeo Corsini, direttore generale del Consorzio Villa Reale e Parco, aveva suggerito una bigliettazione dopo il completamento dei restauri. Il tema è come conservare al meglio, e con efficacia, uno dei beni storici, e non solo naturalistici, più importanti della città.
Marina Rosa ha parlato del loro valore durante il convegno “Il verde dell’Impero e del Regno“, ai Musei Civici, dedicato ai 220 anni del Parco di Monza. Un’occasione per raccontare la metamorfosi dei Giardini Reali dall’epoca asburgica a quella napoleonica. All’origine, voluti dall’arciduca Ferdinando e progettati da Giuseppe Piermarini, i giardini rispecchiavano il modello di Schönbrunn: simmetrie rigorose, prospettive rettilinee, siepi scolpite. «La natura era piegata alla volontà dell’uomo», ricorda la studiosa. Con l’arrivo del viceré Eugenio di Beauharnais, nel 1805, tutto cambia. Affascinato dal luogo, il figliastro di Napoleone Bonaparte immagina un grande parco, sostenuto anche dall’entusiasmo della madre Joséphine, appassionata di botanica.
Nasce così un progetto monumentale: oltre 700 ettari che uniscono giardini, campi e boschi. A firmarlo è Luigi Canonica, che introduce lo stile “all’inglese“: sentieri sinuosi, laghetti, radure, finti ruderi. Non più geometria, ma suggestione. Non più dominio, ma dialogo con il paesaggio. «Dall’anti natura per eccellenza alla sua imitazione», sintetizza Rosa. Un continuum con il Parco che i monzesi vivono da allora. Introdurre un biglietto per i visitatori esterni potrebbe diventare così, secondo Rosa, un atto di cura: un modo per garantire che quella bellezza continui a parlare con la stessa grazia che da due secoli incanta gli occhi di chi li visita.
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