Ma non è un caso politico. Conta di più il mondo in fiamme
Il risultato di questo referendum, in cui il No ha vinto con una certa abbondanza, non stratosferica ma chiara francamente non mi fa né caldo né freddo. Lo dico dopo averci pensato un attimo, prendendo le distanze dall'emotività degli ultimi giorni, quando si è voluto caricare tutto di un'enfasi fuori misura.
A esagerare i toni sono stati soprattutto quelli del No, che hanno trasformato il voto in una specie di resa dei conti finale: come se sul piatto ci fosse la testa di Giorgia Meloni, che Elly Schlein avrebbe poi porto a Giuseppe Conte come Salomè fece con Erode. Una scena biblica, o da operetta, a seconda dei gusti. E noi, che pure pensavamo e pensiamo che le ragioni del Sì fossero migliori, ci siamo un po' cascati. Anche per colpa degli sgallettati luogotenenti col ciuffo della premier, più esuberanti che esperti, i quali hanno accettato la partita quasi fosse decisiva. Non lo era, non lo è.
Il quesito su cui ci siamo accapigliati non contiene nulla che possa cambiare davvero la vita delle persone. Neppure quella dei magistrati, in fondo. Non siamo davanti a referendum che segnano un'epoca, come quello sul divorzio, o che torcono le coscienze, vedi aborto e fecondazione assistita. Nemmeno a qualcosa di istituzionalmente rilevante tipo il referendum del 2016 voluto da Matteo Renzi, che continuo a pensarlo avrebbe cambiato in meglio il sistema, anticipando quel premierato che ancora manca e che oggi servirebbe eccome.
Qui si discuteva di separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, di sorteggio dei membri del Csm, di un possibile raddoppio di un organo che ricordiamolo non governa il Paese ma distribuisce incarichi, decide spostamenti, incide sulle carriere. E, diciamolo, si diletta anche a non punire i colleghi che sbagliano, applicando l'unica legge davvero indiscutibile: cane non mangia cane. Le correnti sono molte, ma la casta è una. Temi non irrilevanti, certo. Ma non uno spartiacque esistenziale.
Il risultato dice che si va avanti come prima. E prima, tra mille difetti, non siamo morti. Forse con la vittoria del Sì avremmo vissuto un po' meglio io lo credo ancora ma non sarebbe cambiato granché. Semplicemente un pubblico ministero non avrebbe più avuto nello stesso circuito chi poi deve giudicare.
Adesso qualcuno teme regolamenti di conti. Io, per prudenza, metto le mani avanti: non ricordo che cosa ho votato. L'urna è segreta, e sarebbe bene che lo restasse anche nei comportamenti di chi ha il potere di incidere sulla libertà altrui.
La verità è che nella vita di un Paese contano spesso più le emozioni collettive che questi passaggi tecnici. Uno scudetto, una mancata qualificazione ai Mondiali: scosse d'umore che incidono più di un referendum specialistico. Non è edificante, ma è così.
Molto più del voto di questi giorni pesa quello che accade fuori dai nostri confini. I segnali veri o presunti, data la mobilità di pensiero di Donald Trump sullo scontro con l'Iran. Basta una parola, una mezza marcia indietro, e i mercati si muovono, il prezzo del petrolio scende o sale, qualcuno si illude che tutto stia cambiando. Poi magari cambia tutto di nuovo nel giro di ventiquattr'ore. È una politica muscolare e instabile.
Ecco: a confronto, questo referendum è stata una guerra di cartavelina. Con un vantaggio non da poco: non ha fatto morti, e difficilmente ne farà. Tiremm innanz.
riforma della giustizia
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