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L’AI promette la rivoluzione. Ma per ora la festa vera è nei chip

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01.07.2026

C’è un vecchio adagio della finanza che torna sempre utile quando il mercato si innamora di una grande storia: durante la corsa all’oro, spesso non si arricchiva chi cercava l’oro, ma chi vendeva pale, picconi e jeans ai cercatori.

Oggi la corsa all’oro si chiama intelligenza artificiale. Tutti parlano di modelli linguistici, assistenti virtuali, automazione, produttività, agenti intelligenti e rivoluzione del lavoro. Tutti discutono di chi vincerà la battaglia dell’AI: OpenAI, Google, Microsoft, Meta, Amazon, Anthropic, oppure qualche nuovo cavallo nero che oggi nessuno conosce e domani finirà in copertina.

Ma mentre il mondo guarda il palcoscenico, il botteghino lo stanno facendo altri.

Il tema è stato messo bene a fuoco dal Wall Street Journal nell’articolo di James Mackintosh intitolato “Chip Makers Are Profiting Off AI at the Expense of Just About Everyone Else”. La tesi è semplice, scomoda e molto istruttiva per l’investitore: nella grande febbre dell’intelligenza artificiale, i produttori di chip e memorie stanno incassando una quota enorme del valore, mentre molti altri attori della filiera rischiano di trovarsi con costi crescenti e margini più compressi.

Tradotto in linguaggio da bar, che spesso in Borsa è più chiaro del linguaggio da banca d’affari: tutti vogliono vendere l’AI, ma prima devono comprare l’hardware. E chi vende l’hardware oggi ha il coltello dalla parte del........

© Il Giornale