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Oltre Vannacci, coesi al Referendum: fatta la destra di governo, ora si faccia quella di popolo

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05.02.2026

In queste ore viene da chiederselo: Vannacci ha secondi Fini o Vannacci è il secondo Fini?

Ogni forza politica, prima o poi, è costretta a confrontarsi con la propria maturità. Non con la capacità di vincere e convincere, ma con quella di durare. Non con l’abilità di distinguersi, ma con la responsabilità di governare senza consumarsi, mentre ci si realizza. Per gran parte della destra italiana quel momento è adesso.

È lecito affermarlo: fatta la destra di governo, ora va fatta la destra di popolo.

Mal di pancia cronici, istinto e reazione,  l’idea che spesso si manifesta nella base, come un fantasma, di esistere in contrapposizione alla sinistra anziché in affermazione. E ancora, populismi come stati febbricitanti temporanei, innamoramenti politici fugaci, classi dirigenti in cantiere, traduzione culturale low budget: buchi di sistema che se non sanati, rischiano di impedire la fase movimentista a destra, cioè quella  capace di mettere radici, e generare eredità anzitutto umana, condannandola a ripetere errori già visti.

L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega, consumata dopo meno di un anno da vicesegretario, si incastra perfettamente in questa tradizione di fughe in avanti che ha spesso caratterizzato una destra in affanno nello scegliere fino in fondo se essere movimento o partito, se coltivare un elettorato o sedurlo per una sera. È l’ennesima manifestazione della politica take away, da asporto, che scambia la visibilità per consenso e l’identità urlata per progetto?

Il generale che si fa partito non è una novità, ma un classico. È la riproposizione di un gruppo umano che insegue se stesso in un circuito chiuso di parole d’ordine gustose e ancora fumanti sul tavolo della bibbia conservatrice – ma che promette di non essere un museo impolverato e dimenticato –  bloccata........

© Il Giornale