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La ferita alla nuca, l’osso perduto, la lettera salvata: cos'è successo ai fidanzati di Policoro

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15.01.2026

I punti chiave

La scena del crimine Le indagini nel tempo Nessun colpevole, molti dubbi

“Una piccola parte di me che voglio cancellare”. È una frase che Marirosa Andreotta ha scritto in una lettera per Luca Orioli. I due ventenni vennero trovati morti nel 1988 in una casa di proprietà della famiglia di lei. “Omicidio” ha tuonato nel tempo parte della magistratura, cui ha fatto eco la signora Olimpia Fuina Orioli, mamma di Luca, che ancora oggi si batte per la verità. “Incidente domestico” hanno ribattuto le indagini, che si chiede vengano riaperte. “Si ritenne subito di derubricare il tutto come un incidente domestico”, specifica a IlGiornale, raccontando gli esordi della vicenda, l’avvocato Antonio Fiumefreddo, che segue la signora Orioli. La storia dei due giovani è nota come il caso dei fidanzati di Policoro, sebbene pare che i due avessero interrotto poco prima la relazione pur restando grandi amici.

La scena del crimine

È la sera del 23 marzo 1988 a Policoro, in provincia di Matera. La madre di Marirosa Andreotta entra nella villetta in cui si sarebbe trovata la figlia con il fidanzato, trovando la porta socchiusa: i due non sono però più in vita. I corpi si trovano entrambi in bagno, con la porta e la bascula per l’esterno aperte, lo scaldino acceso: Luca Orioli è sul pavimento, dove ci sono tracce d’acqua come se il corpo fosse stato trascinato, mentre Andreotta è nella vasca piena d’acqua. Entrambi i corpi presentano lesioni e quello di lei continua a sanguinare da una ferita sulla nuca.

“Marirosa continua a sanguinare quando la prendono dal bagno e la portano in un lenzuolo, poi la mettono dentro la cassa e continua a sanguinare. Quando la morte è avvenuta in modalità violenta e consapevole, per esempio quando c'è il terrore che si sta per morire perché c'è una pistola o perché c'è uno strangolamento, il nostro cervello rilascia adrenalina con conseguente fibrinolisi, tale da continuare a sanguinare post mortem”, dice Fiumefreddo.

La madre di lei è sotto choc, chiama i parenti e solo dopo i soccorsi proprio a causa dello choc, mentre i carabinieri giungono sul posto un paio di ore più tardi. La scena dunque viene pesantemente inquinata. È l’inizio di una storia che non ha fine.

Le indagini nel tempo

Le indagini propesero subito per l’incidente domestico da elettrocuzione. “Inizialmente, si disse che i due ragazzi sarebbero morti per elettrocuzione a causa di uno scaldino, successivamente si parlò di un interruttore. Venne fatta solo un’ispezione cadaverica per questo, non si fece neppure l’autopsia e i ragazzi vennero tumulati, sebbene molti dettagli risultavano singolari”, racconta l’avvocato. Tra i dettagli insoliti: perché accendere lo........

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