La piccola Anisa che non sapeva nuotare e un'accusa di omicidio che può arrivare fino all'Onu
Come molte altre volte, ma qui il caso è lampante, la magistratura anziché svolgere il proprio compito pretende di allargarsi alla ridefinizione in proprio dello “spirito delle leggi”. Non ad applicare le leggi, ma a creare contesti criminogeni micidiali come plotoni (ops) accusatori
Scrollare la giustizia folle
Scrollare la giustizia folle
La morte di Anisa Murati, la bambina di sette anni “che non sapeva nuotare” annegata il 24 luglio 2024 nel “biolago” Acquaviva di Caraglio, nel cuneese, perché per un errore le era stato assegnato un braccialetto arancione destinato a chi sa nuotare anziché verde, destinato a chi come lei non aveva ancora imparato, è una tragedia insopportabile. Il frutto di un errore umano o di una casualità ingovernabile, una fatalità si diceva un tempo. Nella giurisprudenza della nostra epoca punitiva è però senz’altro una colpa individuabile, responsabilità di qualcuno. Un omicidio colposo, quantomeno. Ma la morte di Anisa che non sapeva nuotare, e la giustizia che i suoi genitori attendono, non possono trasformarsi – non dovrebbero – nell’esondazione di giurisprudenza onnipervasiva di una magistratura legiferante e creativa, che pretende di mettere in fila, davanti a un plotone (ops) di stupidaggini, tutto il male del mondo. Anisa era in gita con un gruppo della parrocchia, affidato a educatori volontari. Aveva il braccialetto sbagliato, nessuno si accorse quando entrò in acqua. Due anni dopo la procura di Cuneo ha chiesto il rinvio giudizio per sei persone, per tutte l’accusa di omicidio colposo. Sei persone, quasi un’associazione a delinquere, il cui codice criminale era però “negligenza e imperizia”.
Ma è proprio la logica con cui i magistrati formulano le accuse a destare un certo stupore, perché più che puntare alle responsabilità individuali – con tipico movimento a stringere, a individuare il nocciolo della........
