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La “fine della fine”, o dello sfruttamento estensivo di storie e personaggi

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03.03.2026

Nell'epoca dei sequel che diventano prequel, Davide Ferrario nel suo volumetto indaga la morte del cinema classico. Un saggio sulla fine delle immagini che sapevano ancora liberare la testa

Chi apre il volumetto Einaudi di Davide Ferrario “La fine della fine” – perché questo interessa, siamo circondati da storie che non finiscono mai: serie che si prolungano stagione dopo stagione, sequel che diventano prequel, quando il fondo del barile è stato raschiato – deve correre a pagina 73. Lì inizia davvero il discorso, e spiace per le pagine precedenti che a uso degli studenti – o dei cultori della materia, principianti – ripercorrono le tappe dagli anni 70 fino dell’audiovisivo casalingo, o personale. Le immagini che vediamo, quasi mai al cinema. Le immagini che riprendiamo ovunque, perché abbiamo in tasca i mezzi per farlo. E per portare il ricordo con noi. Anche se abbiamo appena visitato un campo di concentramento. Nel tremendo........

© Il Foglio