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La sinistra che ha detto sì al referendum

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23.03.2026

Per coerenza con il proprio passato. Perché “questo non è un voto politico” e gli allarmi per una deriva autoritaria sono infondati. Perché è una riforma giusta. Venti voci fuori dal coro dell’opposizione

"Voto Sì perché ci tengo all'autonomia della magistratura. Non solo dalla politica"

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Cinque semplici ragioni, senza troppi tecnicismi, per cui votare Sì

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La partita asimmetrica sul referendum di Meloni e Schlein

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Votare Sì da sinistra, senza sentirsi una specie di cavallo di Troia del governo Meloni. Votare Sì da sinistra dopo aver girato le piazze, guidati da Augusto Barbera, già presidente della Consulta, ex ministro e parlamentare Pci-Pds, e dal costituzionalista dem Stefano Ceccanti. Gli esponenti della “Sinistra per il Sì” difendono una scelta che a loro non pare blasfema (anzi) con – tra gli altri – l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia e l’ex ministro della Giustizia socialista Claudio Martelli. “Votando Sì adempiamo a un dovere di coerenza”, dice Giovanni Pellegrino, avvocato ed ex senatore Pci-Pds: “Non vedo perché avrei dovuto cambiare idea, visto che questa era la nostra idea già nella Bicamerale di Massimo D’Alema. Né ho bisogno di modificare una scelta fatta allora solo per far dispetto a Giorgia Meloni”.  Si addentra nel percorso avviato a quei tempi Claudio Petruccioli, a lungo parlamentare Pci-Pds-Ds e presidente Rai dal 2005 al 2009: “Fin dall’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale, nel 1989, con l’introduzione del sistema accusatorio, si pensava che fosse necessario, per rendere effettivo il passaggio, procedere anche in direzione della separazione delle carriere. E quell’impressione ci è stata confermata nel ’99, con l’introduzione in Costituzione, a larghissima maggioranza, del principio del giusto processo, all’articolo 111. E allora oggi, di fronte a qualsiasi obiezione di natura politica, non riesco a far passare in secondo piano questa convinzione: la vittoria del No sarebbe una messa in mora dell’articolo 111”. C’è chi dice “non voglio votare come Giorgia Meloni”. Petruccioli ricorda che, anche in passato, alcuni referendum – divorzio, riforma elettorale – hanno fatto emergere “la distinzione tra sinistra riformista e sinistra estremista e contraria al riformismo”.

In questi giorni tanti amici gli hanno detto: “Hai ragione nel merito, ma non voglio fare in modo che si rafforzi Giorgia Meloni”. Petruccioli ha risposto: “Io resto per il Sì anche se non posso impedire che Meloni legga il mio voto come vuole. Come non posso impedire, in caso di affermazione del No, che la sinistra lo interpreti come preludio a una sicura vittoria elettorale alle Politiche. Sarebbe un gravissimo errore. Se hai votato No contro Meloni, e vuoi proprio dare un significato politico al tuo voto, allora dovresti pensare che questo voto verrà utilizzato per avvalorare l’inverosimile e catastrofica alleanza Pd-M5s-Avs”. “Il ddl Nordio è in linea con il garantismo ex Pci-Pds-Ds”, dice l’ex ministro del Lavoro nel governo D’Alema Cesare Salvi, ex parlamentare Pci-Pds-Ds che nel ’99, ha messo la propria firma alla proposta di legge che ha portato all’introduzione del giusto processo. L’allarmismo di oggi pare a Salvi “decisamente fuori posto”: “Capisco che il modo in cui la riforma è stata portata avanti, senza confronto, possa aver suscitato ostilità”, dice, “ma ho sentito addirittura dire che si sta realizzando il piano di Licio Gelli. Non diciamo stupidaggini. Nel piano della P2 era prevista la sottoposizione del pm al controllo del ministro della Giustizia e del Csm a quello del Parlamento. Nel testo odierno non c’è nulla di tutto questo”. Anche sul principio del sorteggio le critiche a sinistra sono state molte, ma Salvi non condivide neanche quelle. “Il Csm, secondo la Costituzione, ha funzioni prevalentemente amministrative. Tutti i magistrati, quindi, a mio avviso, avrebbero la competenza per decidere in seno a quell’organismo, visto che nella loro attività ordinaria si occupano di questioni molto più complesse: un pm può arrestare una persona; un giudice può decidere su controversie di valore miliardario. Quello del Csm, insomma, mi pare l’unico caso adatto al vecchio slogan di Beppe Grillo dell’uno vale uno”. 

L’ex ministro dell’Interno nel governo Gentiloni Marco Minniti, oggi presidente di Med-Or Italian Foundation, pensa che questa riforma sia “un passo in avanti” che rende “l’Italia più moderna, più europea e più sicura”, oltre a permettere di “infrangere il potere del correntismo”. Anche il Sì di Minniti rimanda alla riforma Vassalli: “Il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio fu il crollo di un piccolo muro di Berlino italiano”. L’ex ministro individua nella riforma “una spinta europeista” che “avvicinerebbe la nostra giustizia ai valori e ai princìpi di fondo dell’Europa, alle garanzie di tutela dell’individuo. In un contesto internazionale come quello attuale, avere un riferimento comunitario è un elemento di forza, non di debolezza”. 

Esprimendo la sua preferenza per il Sì a titolo personale, Paolo Pombeni, storico, politologo e direttore della rivista Il Mulino, pilastro della sinistra bolognese, invita a riflettere sul concetto di divisione dei poteri  (“non significa contrapposizione di poteri e neanche concorrenza tra poteri, perché il potere, tecnicamente, è uno solo: quello dello stato, affidato a organismi diversi per evitare il rischio di totalitarismo”) e su quello che significa autonomia e indipendenza della magistratura (“la magistratura non può essere eterodiretta”, dice, “deve autodirigersi in base ai compiti che svolge, anche se sarebbe poi da evitare quello che io chiamo ‘rischio di ritorno dell’Inquisizione’”). Nel giorno del voto, Pombeni spera che i vincitori, chiunque siano, “non si schierino in assetto di annientamento dell’avversario. Significherebbe mandare a rotoli il paese, in un momento internazionale delicatissimo”. 

Da un altro ex ministro dell’Interno ed ex sindaco di Catania come Enzo Bianco arriva una spiegazione articolata del voto per il Sì: “Parto da una considerazione elementare che purtroppo alcuni sottovalutano”, dice Bianco: “Si tratta di un referendum, non di un’elezione politica. Dovremmo porci una semplice domanda: siamo soddisfatti, oggi, del funzionamento della giustizia nel nostro paese? Beh, a me pare che l’ordinamento giudiziario sia gravato da problemi delicati e in alcuni casi gravissimi. Mi riferisco, ad esempio, alla durata dei processi: su questo la legge non interviene in modo specifico, ma con la vittoria del Sì ci sarebbero comunque effetti indiretti positivi. Soprattutto, c’è confusione di ruoli tra magistratura inquirente e giudicante, e questo può portare a far assumere al giudice posizioni influenzate dalla vicinanza con il pm”. Altro aspetto grave (forse il più grave per Bianco) il ruolo che hanno assunto le correnti tra Anm e Csm: “Se vuoi fare carriera e scegliere di andare in un posto piuttosto che in un altro, la decisione è presa sostanzialmente all’interno delle correnti. Il sorteggio non è la soluzione migliore in assoluto, ma è il male minore. E lo dico avendo vissuto le conseguenze del malfunzionamento del sistema: da qualche settimana sono stato completamente assolto da un’ipotesi di reato in un processo durato sette anni fino al primo grado, dov’ero accusato di un qualcosa che ho fatto fatica a capire: la turbativa d’asta per il trasferimento di un assessore che doveva insegnare Storia del diritto romano. Se costui poteva insegnare Storia del diritto romano alla facoltà di Lettere o solo alla facoltà di Giurisprudenza, che cosa c’entra con la turbativa d’asta? Non l’ho ancora capito. E si badi che sono stato assolto non da questo reato, ma da un altro reato che nessuno mi aveva mai contestato: l’abuso d’ufficio (motivazione poi addotta: l’abuso d’ufficio era stato eliminato). Per non ammettere il torto, quindi, hanno detto che sono stato assolto da una cosa che non esiste”. A sinistra c’è chi ha paura delle eventuali “derive autoritarie”: “Non vedo segnali di questo tipo, anche se nel........

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