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Immagini da bere. L'ingordigia per i contenuti visivi non è una novità di oggi

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16.02.2026

Storie di gemme, statue e affreschi ingeriti come medicine. Una lunga storia di pratiche religiose, terapeutiche e domestiche, ricostruita da Jérémie Koering in “Iconophages. A History of Ingesting Images”

Viviamo immersi in un flusso ininterrotto di immagini, al punto da consumarle senza accorgercene. Le scorriamo, le accumuliamo, le abbandoniamo con una rapidità che rende quasi impossibile fermarsi su una singola figura. L’idea di “consumare immagini” è diventata una metafora ovvia del nostro rapporto con gli schermi. Ma per secoli non è stata una metafora. Le immagini, soprattutto nell’Europa dell’età moderna, venivano davvero mangiate. Non guardate soltanto, ma ingerite. Raschiate dalla superficie, ridotte in polvere, sciolte nell’acqua o nel vino, assunte come rimedi. In numerosi santuari dedicati ai santi taumaturghi, come Cosma e Damiano, l’affresco non era un’immagine da preservare intatta, ma una riserva di virtù: i fedeli ne raschiavano la superficie, mescolavano la polvere a liquidi e la bevevano come medicina. L’immagine non si limitava a rappresentare il santo, lo faceva agire.

  Nell’Egitto tardo, alcune delle testimonianze più impressionanti riguardano le cosiddette “stele di Horus”, il dio falco della guarigione e della protezione, raffigurato mentre domina i coccodrilli: lastre scolpite con l’immagine del dio bambino che domina animali pericolosi, accompagnate da iscrizioni terapeutiche. L’acqua veniva versata sulla superficie della stele, scorrendo sulle figure e sulle parole incise, per poi essere raccolta e bevuta dal malato. Il contatto dell’immagine con il liquido la rendeva assimilabile, e l’acqua la “leggeva” al posto dell’uomo.

Un caso celebre è quello della statua del guaritore Djedhor, datata al IV secolo a.C., concepita come un vero e proprio dispositivo medico. Scolpita con testi e immagini su più superfici, la statua era dotata di bacini per raccogliere l’acqua versata sulle iscrizioni. Il liquido, una volta caricato della potenza dei segni, veniva bevuto. Così l’immagine si trasforma in uno strumento terapeutico progettato per entrare nel corpo.

In altri contesti dell’antico Egitto, le immagini venivano direttamente disegnate su supporti effimeri. Nei testi rituali si trovano ricette che prevedono di tracciare l’occhio di Horus, mescolarlo alla birra o al vino e ingerirlo. Il gesto è esplicito: il segno, una volta dissolto, diventa parte del metabolismo. Non c’è distanza tra vedere e mangiare. L’immagine funziona solo se scompare.

Anche nel mondo greco e ellenistico l’iconofagia è tutt’altro che marginale. Nei santuari di Asclepio, il dio medico per eccellenza, il pane rituale reca spesso impressi nomi divini o segni figurativi. Consumare quel pane significa incorporare la presenza del dio – una pratica terapeutica che unisce cibo, immagine e cura. Il corpo è il luogo in cui il segno compie il suo lavoro.

Accanto a questi usi più istituzionalizzati, circolano pratiche ancora più materiali. Le gemme magiche incise – raffiguranti divinità come Chnoubis, Hekate o figure serpentiformi – non sono solo amuleti da portare addosso. In diversi casi vengono raschiate: la polvere ottenuta viene mescolata a vino o acqua e bevuta come rimedio. Le........

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