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I guai del Mondiale di Trump dopo il caso delle calciatrici iraniane in Australia

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12.03.2026

La Nazionale iraniana di calcio maschile non parteciperà al Mondiale 2026. Tra propaganda, fughe e richieste di asilo, il pallone è diventato solo un altro capitolo dello scontro tra regime, guerra e libertà

Il calcio non trova pace. Del resto, si gioca nello stesso mondo che pace non ha. E se l’Iran è in fiamme e l’America è in guerra con il regime della Repubblica islamica, nemmeno il pallone può portare la pace. Anzi, è uno strumento politico. L’Iran, dopo giorni di frasi sussurrate, ha messo ufficialmente il pallone al centro della contesa: “Considerando che questo regime corrotto (gli Stati Uniti, ndr) ha assassinato il nostro leader, in nessun caso possiamo partecipare alla Coppa del mondo”, ha detto il ministro dello Sport iraniano Ahmad Donjamali in una intervista televisiva: “Negli ultimi otto o nove mesi ci sono state imposte due guerre e diverse migliaia dei nostri cittadini sono stati uccisi. Per questo motivo non abbiamo assolutamente alcuna possibilità di partecipare”. Intenzione vera o minaccia? Spazio aperto per entrambe le interpretazioni.

Può essere una minaccia, perché proprio ieri mattina Gianni Infantino, il presidente della Fifa, è stato alla Casa Bianca per parlare con Trump e lui stesso ha fatto sapere di aver discusso della “situazione attuale in Iran e del........

© Il Foglio