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I grandi alberi accumulano tempo biologico e costruiscono reti ecologiche vaste e complesse

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05.03.2026

Due nuovi studi, uno sull'età, l'altro sul ruolo biologico, hanno dimostrato non solo che la longevità del singolo albero non coincide necessariamente con la continuità immutata dell’ecosistema, ma anche che i patriarchi della foresta funzionano come veri centri di biodiversità sotterranea

Xylella, un complotto lungo dieci anni finisce nel nulla

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Riflessioni su un albero caduto

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Chi entra in una foresta antica conosce quella sensazione particolare che producono i grandi alberi. Tronchi larghi come torri oppure contorti e complessi come antichi mostri, cortecce scolpite, rami che si perdono in alto nella luce. Alcuni sembrano quasi architetture naturali. Da sempre questi patriarchi vegetali hanno colpito l’immaginazione umana: alberi sacri nelle religioni, alberi genealogici come metafora della continuità delle famiglie, alberi della vita sulle porte delle chiese, alberi monumentali attorno ai quali si organizzano storie e identità dei luoghi. Davanti a loro il tempo umano sembra improvvisamente breve, perché quando li incontriamo siamo senza dubbio davanti ai grandi vecchi della vita.

Proprio mentre questi giganti continuano a evocare la lunga durata della natura, la scienza sta scoprendo qualcosa di inatteso. In questi giorni due nuovi studi sui vecchi alberi hanno infatti prodotto interessanti risultati. Uno riguarda la loro vera età. L’altro il ruolo biologico. La prima scoperta nasce da un problema tecnico apparentemente banale: come si misura davvero l’età di un albero molto........

© Il Foglio