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Trump, il leader “diverso” chiamato a guidare una società in sofferenza. Anatomia di una crisi che ci tocca da vicino

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23.03.2026

Cercare di capire perché un presidente ha avuto quel mandato equivale ad analizzare le cause della sofferenza della società che l’ha prodotto. I voti, i punti deboli dell’elettorato, il nuovo moralismo, la globalizzazione. Un saggio

Donald Trump è una persona fuori dall’ordinario e in velocissima evoluzione (meno di venti anni fa frequentava lo stesso ambiente dei Clinton e nel 2008 donò decine di migliaia di dollari alla campagna dei democratici), una persona cioè “diversa” e dotata di energia eccezionale, come si capisce dalla sua reazione all’attentato o riflettendo sulla quantità e la rilevanza (il loro successo è altra storia) delle sue iniziative.

Come conferma la guerra in Iran, ma avevano già indicato i dazi o la Groenlandia, l’imprevedibilità – personale oltre che pubblica – è una delle sue caratteristiche

Ragionare su quello che una persona così farà è quindi impossibile: al massimo si possono fissare delle regole di comportamento che tengano conto dei nostri interessi e cercare di navigare a vista nelle tempeste che suscita. Ragionare però si può sul perché gli Stati Uniti abbiano eletto un presidente appunto “diverso”, cui era contrapposta una democratica che rappresentava un mondo altrettanto “diverso”, quello woke, e per questo non poteva esprimere liberamente opinioni che anche i suoi consiglieri sapevano impopolari.

Ciò vuol dire cercare di orientarsi nella crisi americana, molto differente, ma per certi versi anche simile, a quelle europea e italiana, e quindi vuol dire ragionare indirettamente anche su di noi, benché sia importante tenere sempre presenti le sostanziali differenze. Lo faccio sfruttando le capacità dell’intelligenza artificiale (Chatgpt 5.2 in modalità extended thinking) di trovare e organizzare dati che hanno quindi dei problemi, ma sono infinitamente migliori di impressioni che permettono di ripensare e correggere.

Parto da una metafora che aiuta a inquadrare il problema nel modo che mi sembra più opportuno. Sappiamo che buona parte dei senzatetto, degli alcolizzati, delle persone con disturbi da dipendenza sono esseri umani che soffrivano di problemi psichiatrici in gioventù, problemi che hanno cercato di curare da sé, intossicandosi. Allo strato problematico legato alla loro condizione originaria se ne è aggiunto così un altro, da essa derivato ma dotato di forza propria, che complica tutto e rende la situazione ancora più difficile. Ciò vuol dire che se anche, come può accadere nei casi migliori, si riuscisse a eliminare il secondo strato si tornerebbe ad avere a che fare col primo. Questa mi pare, in poche parole, la situazione americana e, ma in modo differente, la nostra. Viviamo cioè in società sofferenti, che cercano rimedi che non trovano in politici che proprio per la loro “diversità” sembrano in grado di portarci in un mondo migliore, ma che spesso non fanno che aggiungere un nuovo, grave problema a quello di partenza. Un caso esemplare è quello del Grillo che attraversa a nuoto lo stretto di Messina dopo aver lanciato il suo vaffanculo, uno slogan che dovrebbe sconsigliare qualunque essere ragionevole dal votarlo ma che porta il suo movimento a diventare il primo partito italiano nel 2013. Ma altri se ne potrebbero fare a partire dal 1991 e poi specie dopo la crisi del 2008.

In queste condizioni dire che un leader politico è, per usare un termine sbagliato cui spesso si ricorre, un “matto”, credendo così di liquidare il problema, mostra solo un’incomprensione radicale della situazione in cui ci troviamo: nelle nostre società insoddisfatte, che cercano altro, un leader “diverso” deve preoccupare ancora di più, perché è proprio quello che molti vogliono. Certo, una volta eletti essi diventano un problema a sé stante, e spesso molto grave se si è sfortunati. Una persona diversa al potere si comporterà infatti come crederà di poter fare, spesso imprevedibilmente. Il Trump che balla al ritmo delle canzoni dei Village People, un gruppo icona gay, si fa regalare premi Nobel, costruire statue e intitolare istituzioni, cambia spesso di umore e che anche per questo suo super-individualismo è in perfetta sintonia col mondo dei social e di TikTok ne è un caso esemplare. 

Trump è però anche un rivoluzionario e condivide un tratto proprio ad alcuni dei più grandi tra essi, spesso portati ad attaccare per cambiare e a reagire ai fallimenti dei loro primi tentativi rilanciando piuttosto che tornando indietro o cercando altre strade, nella convinzione che alla fine potranno sfondare, come è talvolta accaduto con terribili costi umani. È tuttavia proprio per la loro capacità di fare tentativi del genere che hanno raggiunto il potere e sono dunque non immotivatamente convinti di avere un mandato per andare avanti. 

Il problema è quindi capire perché hanno avuto quel mandato, il che equivale ad analizzare le cause della sofferenza della società americana e i tempi e i modi in cui essa si è manifestata. Riguardo ai tempi si può sostenere che negli Stati Uniti scricchiolii si siano avvertiti chiaramente con l’elezione di Clinton nel 1992. Malgrado la famosa regola che guidava la sua campagna (“E’ l’economia, stupido!”), egli vinse allora con il 43 per cento dei voti contro il 37,5 per cento di Bush senior. Il 19 per cento andò a Ross Perot, un candidato che rappresentava un malessere generale che non aveva solo radici economiche. Ma è più corretto dire che la rottura del sistema nato dal New Deal e dalla Seconda guerra mondiale si era già verificata negli anni Settanta con l’affermazione in campo repubblicano di Reagan, un ex democratico seguito da molti ex democratici, intellettuali delusi come operai irritati dalle politiche di discriminazione positiva. Il sistema americano “moderno” raggiunse così la sua acme con le speranze suscitate dai Kennedy e con la “Grande società” di Johnson che però – grazie anche alla riforma dell’immigrazione del 1965, a lungo sottovalutata – aprirono le porte a un nuovo mondo.

Le trasformazioni in corso furono poi nascoste dalle illusioni di vittoria di un 1991 mal interpretato e da una forte crescita economica legata a nuove tecnologie oltre che a una nuova immigrazione di massa. I conflitti nel e col mondo musulmano, il crollo delle Torri gemelle e la crisi del 2008 segnarono nuovi passaggi di un malessere americano che si schierò allora con Obama, un uomo intelligente investito da aspettative straordinarie che nessuno avrebbe potuto realizzare. Le sue presidenze segnarono l’ingresso nel mondo in cui viviamo, a cominciare dallo spostamento dell’attenzione verso il Pacifico e dalla trascuratezza dei problemi europei e mediorientali rispetto all’obiettivo dichiarato di costruire un’America più giusta. 

La crisi trasformativa americana entrò così in una nuova fase, che mise in risalto il suo carattere paradossale, che la differenzia da quella per certi versi simile ma molto più grave del nostro continente. Al contrario della nostra che è una crisi assoluta, incarnata da un declino sia pure ancora moderato e quindi tollerabile (fatta eccezione per il ritardo politico-militare e tecnologico), quella statunitense è una crisi relativa, che si è accompagna a una crescita vistosa e allo sviluppo di nuovi settori, come l’intelligenza artificiale, di cui gli Stati Uniti hanno l’egemonia. Questo spiega la prominenza acquistata dai loro tycoon nel nostro immaginario, che ha portato a sopravvalutare il loro peso rispetto a quello di una politica che, se vuole, ha sempre il sopravvento sull’economia: tragicamente nel caso di Khodorkovsky nella Russia di Putin, in maniera soft in quello del rapporto tra Trump e Musk.

Rispetto a quelli europei, il prodotto interno lordo e il tenore di vita americani sono cresciuti in modo straordinario: la cameriera regolare di un buon albergo guadagna come e forse più di un funzionario di molti paesi europei, e anche quelli che sembrano (e per noi sono) prezzi impossibili non fanno che riflettere questo andamento divergente. Grazie all’immigrazione gli Stati Uniti vantano inoltre una situazione demografica per ora migliore della nostra. Trump si è però potuto presentare come il salvatore di un’America sull’orlo della catastrofe perché il progresso generale non vuol dire il progresso di tutti e nella nuova economia avanzata, che ha lasciato i settori tradizionali o “maturi” agli stranieri per posizionarsi su gradini più alti, gli addetti di quei settori hanno sofferto, venendo anche più colpiti dall’aumento dei prezzi causato dal boom prolungato e dalle misure anti-Covid. Essi sognano con Trump il ritorno a un mondo che non c’è più anche grazie alla re-industrializzazione dell’America, un obiettivo che l’80 per cento degli americani di entrambi i partiti dice di condividere anche se meno del 20 per cento dice poi di essere disposto ad andare a lavorare in fabbrica (del resto anche in Italia la maggioranza degli operai sognava altri destini per i propri figli). 

Tutti gli americani avvertono però con chiarezza la fine del secolo americano, vale a dire un forte declino relativo non rispetto ad Europa di cui sono più forti, ma rispetto all’Asia, oggi soprattutto rispetto alla Cina ma domani anche rispetto all’India. E la Cina e l’India, stati con una popolazione quattro volte superiore a quella americana e dotati di notevolissime capacità industriali e tecnologiche, non sono la vecchia Unione sovietica, condannata dal suo sistema economico a essere un “paese di seconda mano”. Questo declino relativo ferisce il nazionalismo, quello buono come quello cattivo,........

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