Non basta confidare nell'imparzialità soggettiva del singolo magistrato, occorre creare condizioni strutturali che rendano l'imparzialità possibile
La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è una questione che va ben oltre l’organizzazione interna della magistratura. Tocca, infatti, uno dei problemi classici della filosofia politica: come esercitare il potere senza trasformarlo in arbitrio. Votare sì al referendum sulla separazione delle carriere è, allora, una presa posizione a favore di un modello di giustizia fondato sulla distinzione delle funzioni, sulla terzietà del giudice e sulla tutela del cittadino di fronte al potere punitivo dello Stato. Il primo presupposto filosofico di questa scelta è una concezione realistica dell’essere umano.
Gran parte del pensiero politico occidentale, da Tucidide a Hobbes fino a James Madison, parte dall’idea che gli uomini non siano angeli. Madison, nel Federalist n. 51, afferma che proprio perché chi governa è mosso da interessi, passioni e appartenenze, occorre costruire istituzioni capaci di limitare e bilanciare il potere. Questo principio non nasce dalla sfiducia morale ma dalla consapevolezza della natura umana. Applicato alla giustizia, ciò si traduce nell’idea che non basta confidare nell’imparzialità soggettiva del singolo magistrato. Occorre creare condizioni strutturali che rendano l’imparzialità non solo possibile ma probabile e riconoscibile. La separazione delle carriere risponde a questa esigenza: non giudica le persone, organizza le funzioni in modo da ridurre i conflitti latenti e le pressioni sistemiche.
Il riferimento filosofico più noto è certamente Montesquieu. Ne Lo spirito delle leggi, egli afferma che la libertà........© Il Dubbio
