Così a Rebibbia si limitano visite mediche, terapie e permessi per gravi motivi familiari. Le storie di Antonio, Roberto, Ciro e gli altri
Riceviamo da Gianni Alemanno e pubblichiamo nel rispetto delle norme dell’Ordinamento.
L’anno nuovo è arrivato, molti rappresentanti istituzionali sono venuti a trovarci, ma la vita qua dentro è quella vecchia di persone detenute senza diritti. E la causa di questo non è chissà quale disegno repressivo e securitario. No, è la banalità di una burocrazia che non regge il peso di carceri sovraffollati e senza personale, ma non vuole neppure ammetterlo.
Questa banalità burocratica si chiama “mancanza di scorte”. Per mancanza di scorte non viene tutelato il diritto fondamentale alla salute garantito dall’art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.
Accade ad Antonio, di 88 anni, che aspetta diverse visite esterne che sono state più volte soppresse, da anni, non da mesi. Accade a Roberto, 78 anni, che non può curarsi gli occhi nonostante stia perdendo la vista. Accade a Ciro, 33 anni, che ha mani e piedi ridotti in condizioni preoccupanti, ma che non riesce a sapere se ha una “normale” sindrome di Raynaud o una molto più preoccupante dermosclerosi, che può avere gravi e permanenti effetti invalidanti.
Accade a un numero rilevante di persone detenute di non essere curate in carcere per mancanza di........

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