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Senza gioco non c’è educazione

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16.03.2026

C’è un fenomeno silenzioso che riguarda l’infanzia contemporanea: i bambini giocano sempre meno. Non perché non abbiano giocattoli o stimoli, ma perché lo spazio del gioco libero — quello spontaneo, creativo, non programmato dagli adulti — si sta progressivamente restringendo.

Nelle nostre città i cortili sono vuoti, i parchi spesso attraversati frettolosamente, mentre una parte crescente del tempo dei bambini e degli adolescenti viene assorbita dagli schermi. Smartphone, social media, videogiochi e piattaforme digitali sono diventati ambienti prevalenti di socializzazione e intrattenimento.

Non si tratta di demonizzare la tecnologia. Il digitale offre opportunità importanti di conoscenza e comunicazione. Tuttavia, quando il web sostituisce l’esperienza concreta della relazione, del movimento e dell’immaginazione, il rischio educativo diventa evidente.

I dati ci consegnano un quadro che merita attenzione. Secondo diverse ricerche condotte in Italia negli ultimi anni, circa il 12% degli studenti tra gli 11 e i 17 anni è a rischio di dipendenza da videogiochi, mentre centinaia di migliaia di adolescenti mostrano forme problematiche di utilizzo dei social media. Parallelamente cresce il fenomeno dell’isolamento sociale adolescenziale e del ritiro dalle relazioni, fino alle situazioni più estreme di hikikomori.

Il problema non è soltanto il tempo trascorso online. È ciò che viene progressivamente sottratto all’esperienza dei bambini: la dimensione del gioco rappresenta una forma di esperienza pienamente incarnata. È corpo che si muove, voce che dialoga, immaginazione che costruisce mondi possibili.

Soprattutto, il gioco è libertà. In una società sempre più orientata alla prestazione e alla produttività, il gioco nasce dal tempo non programmato, non è un passatempo improduttivo, ma un momento simbolico dove si sperimenta la vita, si scopre la creatività, l’immaginazione, si esplora il mondo, si incontrano gli altri e sé stessi. Proprio per questo è essenziale. È il tempo gratuito della crescita, forma strutture cognitive, affettive, relazionali, promuovendo la creatività, sviluppando il linguaggio, stimolando la cooperazione e l’empatia, esercitando a negoziare, a trovare soluzioni, a costruire il proprio pensiero.

La pedagogia ha sempre riconosciuto al gioco un valore fondamentale nello sviluppo umano. Maria Montessori lo definiva “il lavoro del bambino”, proprio per sottolineare come nel gioco il bambino costruisca attivamente la propria conoscenza del mondo.

Anche la riflessione pedagogica e antropologica del Novecento ha insistito su questa dimensione. Johan Huizinga, nel celebre Homo Ludens, ha mostrato come il gioco non sia un semplice divertimento, ma una componente originaria della cultura umana: molte forme della vita sociale, simbolica e giuridica nascono da strutture ludiche. Roger Caillois ha poi evidenziato come il gioco sviluppi differenti modalità di esperienza che contribuiscono alla costruzione dell’identità e delle competenze relazionali.

Gregory Bateson ha sottolineato un aspetto ancora più profondo: il gioco è uno spazio privilegiato di apprendimento comunicativo da cui si impara a interpretare segnali, a distinguere tra realtà e finzione, a negoziare significati con gli altri. E Donald Winnicott ha mostrato che è nel gioco che si può essere veramente creativi. Il gioco crea un luogo intermedio tra realtà e immaginazione in cui nasce la libertà di pensare.

Oggi questa dimensione appare sempre più compressa.

Le giornate dei bambini sono spesso scandite da attività organizzate, impegni scolastici, sport strutturati, corsi e — sempre più spesso — dal tempo trascorso davanti agli schermi. Lo spazio dell’improvvisazione e dell’invenzione si riduce. Eppure proprio il gioco libero rappresenta uno dei contesti educativi più ricchi.

Se il tempo dell’infanzia viene saturato e lo spazio dell’esperienza si trasferisce quasi interamente nel mondo digitale, anche la qualità delle relazioni educative cambia, privata dall’incontro diretto con gli altri.

Restituire spazio al gioco significa allora compiere una scelta educativa e culturale. Significa ripensare le città affinché offrano luoghi sicuri per l’infanzia, valorizzando nelle scuole metodologie che riconoscano il valore dell’esperienza ludica, sostenendo le famiglie nel difendere il tempo libero dei bambini dall’invasione continua degli schermi.

Non si tratta di rimpiangere un passato idealizzato. Si tratta piuttosto di comprendere che senza gioco si perde qualcosa di fondamentale nel processo educativo.

Difendere il gioco significa difendere l’infanzia. E, in fondo, significa anche difendere una società capace di immaginare il proprio futuro.

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