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L'algoritmo non sa piangere

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10.04.2026

C'è una scena che si ripete nelle case di molte famiglie italiane, così comune da essere ormai diventata invisibile. Una madre parla con il figlio adolescente a cena. Lui risponde con monosillabi, occhi abbassati sullo schermo. Non sta guardando un video né scrivendo a un amico: sta conversando con un'intelligenza artificiale. Le chiede consigli sui compiti, certo. Ma anche su "come stare meglio quando mi sento solo".

Quella scena mi ha fatto pensare a lungo. Non con il riflesso moralistico di chi condanna la tecnologia, né con l'entusiasmo acritico di chi ne celebra ogni nuova veste. Ma con la domanda che da sempre orienta il lavoro pedagogico: che cosa succede, in quel momento, alla vita interiore di quel ragazzo? Viviamo in un'epoca in cui l'intelligenza artificiale ha smesso di essere fantascienza per diventare compagnia quotidiana. ChatGPT, Gemini, Claude e i loro successori sono presenti nelle nostre tasche, nei nostri uffici, nelle nostre scuole. Secondo un rapporto del MIT Media Lab pubblicato nel 2024, oltre il 60% degli adolescenti europei interagisce quotidianamente con sistemi di IA conversazionale, e una percentuale crescente, superiore al 30%, dichiara di farlo anche per condividere stati d'animo e difficoltà personali.

Numeri che non vanno letti con allarme, ma con intelligenza. Con quella che io chiamo, riprendendo una categoria cara alla tradizione fenomenologica, attenzione alla vita vissuta. Perché il problema non è la macchina in sé. Il problema è che stiamo delegando a sistemi privi di corpo, di storia, di vulnerabilità, alcune delle funzioni più delicate che un essere umano può svolgere nei confronti di un altro: ascoltare, riconoscere, rispondere.

Le emozioni non sono solo stati interni da gestire o competenze da allenare. Sono il modo in cui l'esistenza ci parla. Sono l'apertura originaria al mondo e agli altri. Nessun algoritmo, per quanto sofisticato, può abitare quella dimensione, perché non abita un corpo, non ha mai temuto la morte, non ha mai perso qualcuno che amava.

Un altro studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Journal of Adolescent Psychology ha rilevato qualcosa di inquietante: i ragazzi che usano più frequentemente chatbot per il supporto emotivo mostrano, nel medio termine, una riduzione della tolleranza all'ambiguità relazionale. In altre parole, diventano meno capaci di reggere l'imprevedibilità degli altri umani. La macchina è sempre disponibile, sempre paziente, non si arrabbia mai, non delude mai. E così, per paradosso, accresce l'intolleranza alla relazione vera. Perché la relazione vera è fatta di attriti. Di incomprensioni da sciogliere. Di silenzi carichi di senso. Di "non so come dirtelo" e di lacrime che bisogna saper aspettare. Hannah Arendt parlava della natalità come categoria fondamentale del politico e dell'umano: ogni essere umano che nasce porta con sé qualcosa di assolutamente inedito, qualcosa che nessun altro ha mai portato nel mondo. È questa singolarità irriducibile che rende ogni incontro, ogni vera relazione, un evento.

L'algoritmo non sa cosa fare di questa singolarità. Può simularla, può mimarla, può produrre risposte statisticamente plausibili a partire da miliardi di scambi umani. Ma non incontra nessuno. Elabora pattern. E questa differenza non è tecnica: è ontologica. Non è solo la vita affettiva a essere interpellata dall'IA. È il pensiero stesso. Un rapporto dell'OCSE del 2025 (Learning in the Age of Artificial Intelligence) ha documentato una tendenza preoccupante nelle competenze cognitive dei giovani studenti: la diminuzione della tolleranza alla difficoltà cognitiva e la crescita della cosiddetta cognitive offloading, cioè la delega sistematica agli strumenti digitali delle operazioni mentali faticose: ricordare, connettere, argomentare, dubitare. L'intelligenza artificiale viene usata come scorciatoia sistematica, togliendo ai ragazzi proprio quel processo: il momento in cui il pensiero incontra resistenza e si trasforma.

Eppure sarebbe sbagliato, e intellettualmente disonesto, ignorare le potenzialità straordinarie che questi strumenti portano con sé. L'intelligenza artificiale può essere un formidabile amplificatore delle capacità umane. Può rendere accessibili saperi che erano elitari. Può supportare chi ha bisogni educativi speciali. Può liberare tempo ed energie per le attività di cura che solo gli esseri umani sanno svolgere. Il punto è capire dove tracciare il confine. E questo è sempre stato il compito della pedagogia: non rifiutare il mondo com'è, ma aiutare le persone a diventare soggetti capaci di abitarlo con consapevolezza e libertà.

Allora qual è la sfida per chi educa? Prima di tutto, è una sfida di presenza. Non di sorveglianza, non di controllo: un “esserci davvero”. Senza relegare alla macchina i momenti di difficoltà emotiva, le conversazioni scomode, le domande senza risposta facile. Di sedersi accanto, anche in silenzio, quando un figlio o un alunno sta attraversando qualcosa di difficile. In secondo luogo, è una sfida di pensiero critico: imparare a usare l'intelligenza artificiale senza essere usati da essa, con il contributo inimitabile che ogni persona porta nelle relazioni umane.

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