Félix Varela, sacerdote cubano e padre dell'indipendenza
Il 18 febbraio del 1853, malato e fisicamente molto provato da un impegno costante in favore dei deboli, muore a St. Augustine, in Florida, Félix Varela, religioso, filosofo, insegnante, politico.
Félix Varela y Morales, questo il suo nome completo, era nato a L’avana, Cuba. Rimasto orfano a tre anni, il nonno materno, un militare, l’aveva portato in Florida, per poi fare ritorno con lui in patria dieci anni dopo.
La situazione nell’isola era molto complicata. Le esportazioni di zucchero erano triplicate a causa della rivolta degli schiavi di Haiti, iniziata nel 1791 e unica rivolta di schiavi coronata da successo che la storia ricordi: mezzo milione di persone in schiavitù avevano bruciato piantagioni di zucchero e di caffè, e distrutto macchinari. Il timore che accadesse la stessa cosa a Cuba era enorme, anche perché la popolazione cubana stava crescendo in modo sbilanciato, con l’importazione di sempre più schiavi, necessari a sostenere la produzione. Nel 1817 la Spagna firmò un trattato con l’Inghilterra in cui si impegnava a sopprimere la tratta a partire dal 1820, ma poco o nulla cambiò, visto quanto si poteva guadagnare col commercio dello zucchero: gli schiavi vennero introdotti lo stesso, seppur “illegalmente”, con il beneplacito dei governatori e della Corona spagnola, tutti coinvolti nella tratta.
Sacerdote a ventitré anni, professore a ventiquattro di filosofia, fisica ed etica, Varela fu subito amato dagli studenti per i suoi insegnamenti, la dirittura morale, la ventata di cultura europea e di idee nuove di cui era portatore.
Diventò deputato e in rappresentanza di Cuba fu inviato alle Cortes di Madrid. Qui enunciò le sue tre proposte di legge: indipendenza, governo per le province d’oltremare, abolizione della schiavitù.
Non solo le sue proposte non vennero accolte, ma, ristabilita la monarchia assoluta, dovette lasciare la Spagna perché condannato a morte, e non poté nemmeno tornare a Cuba, per cui decise di andare a vivere a New York, dove assunse la direzione della rivista «Habanero».
Nel suo divertente «Un italiano en la Habana», racconto fedele di un lungo, travagliato ma fantastico soggiorno artistico a Cuba dell’autore e attore Paolo Pesce Nanna, ci sono anche dei passaggi serissimi, e in particolare quelli dedicati proprio a Varela: «Personaggio dalle mille sfaccettature … fu il primo esportatore a Cuba del pensiero moderno … Fu nominato Vicario generale dell’Arcidiocesi di New York, e si dedicò al gravissimo problema dell’immigrazione italiana e tedesca, ma soprattutto irlandese, aiutando quei poveri diseredati al loro arrivo negli Stati Uniti».
Oggi la salma di Varela è nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana, il governo di Cuba ha creato l’ordine Félix Varela, la maggiore onorificenza del Paese, ed è in corso il processo di canonizzazione del “venerabile”, come è stato dichiarato nel 2012 da Papa Benedetto XVI.
Ardita ma non sbagliata la sintesi di Paolo Pesce Nanna: «Félix Varela è stata una delle personalità più rilevanti della storia di Cuba, ma anche di Spagna e Stati Uniti. Senza di lui non si potrebbe spiegare la storia del XIX secolo di questi tre Paesi».
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