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Il tempo della costruzione del sé

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15.04.2026

Chi siamo davvero? A quale identità apparteniamo? E quando, nel corso della crescita, cominciamo a porci queste domande? È l’adolescenza il primo tempo della vita in cui tali interrogativi emergono con maggiore urgenza, come un impulso alla cui forza non possiamo sottrarci, quando il corpo cambia, la mente si espande e l’identità diventa ricerca di sè, talvolta conflitto.

È proprio in questo ‘spazio’ prezioso ma fragile e soprattutto decisivo che si colloca Desiderio (Solferino) di Vittorino Andreoli, che dischiude a chi legge nel suo nuovo libro la mente di un ragazzo attraverso la cui storia ci aiuta a comprendere come transitare nell’età adulta implichi sempre la costruzione della nostra identità. Il romanzo è scritto da un narratore onnisciente che ci porta dal ‘fuori’ al ‘dentro’, da una città, Brescia, a una casa, che come una scatola contiene una famiglia in cui crescono due figli, una femmina e un maschio, Lucia e Mario. La linea del racconto procede dritta fino a quando la vediamo incurvarsi nel dramma di Mario che comincia a percepire il suo corpo come un ostacolo al suo desiderio, quello di “essere come la sorella” e che “se fino ad allora aveva richiesto sempre di andare dove lei andava, di fare quello che lei faceva, adesso voleva un corpo esattamente come il suo”.

È all’interno della quotidianità vissuta in un appartamento che si sviluppa la vicenda di Mario, che vediamo crescere dall’infanzia alla pubertà: la sua mente, ancora plastica si modella attraverso l’osservazione, il pensiero, immaginazioni e interrogativi: “chi sono davvero?” diventa la domanda che attraversa silenziosamente la sua crescita. Mario vive una vita parallella e segreta uguale a quella della sorella. La sua verità confessata alla famiglia ne manda in frantumi la quiete e l’equilibrio che fino a quel momento era apparso stabile e ora si espone improvvisamente alla fragilità: “sappiamo fare i figli ma siamo incapaci di crescerli” in queste parole c’è tutta la frustrazione e lo spavento di Elena, una madre che comincia a coltivare senso di colpa, frugando nella sua vita cercando gli sbagli commessi, come se dovesse imputare a se stessa la responsabilità l’insoddisfazione che Mario soffre, consulta medici, ‘la mente affollata di pareri”, mentre il padre confida nel tempo che lascia che ogni cosa passi!

Andreoli ci sottopone una realtà che conosciamo, all’inizio la rivelazione del desiderio di una diversa identità di genere può generare smarrimento e resistenza nello sguardo genitoriale: l’idea che un figlio possa dichiarare tutta la sua sofferenza nel vivere in un corpo che non vuole mentre sogna e combatte per renderlo all’altezza del suo Io, si scontra infatti con l’incomprensione e difficoltà di accoglienza. Eppure, la storia, e perfino il mito, hanno conosciuto identità fluide e mutevoli e quindi dovremmo cercare nei valori e principi con i quali è stata edificata la nostra civiltà, i condizionamenti che ci portano spesso a rifiutare il bisogno negli altri, perfino in chi amiamo, di riconoscimento della vera identità di genere a cui sente di appartenere. Mario, intanto, vive una frattura profonda tra identità biologica e identità percepita: “adesso sono quello che non sono”, afferma, dando voce a un’esperienza che la storia ha conosciuto più volte, spesso relegandola ai margini o cancellandola. Trasformare il proprio corpo, adeguarlo all’identità di genere che percepiamo nostra esige la maturazione della consapevolezza. Il suo percorso si sviluppa inizialmente sul piano dell’immaginazione che precede e quasi sostituisce l’esperienza fino all’incontro con una psicologa, che lo conduce, attraverso il dialogo, a un primo confronto autentico con sé stesso, a mettersi in ascolto di se stesso.

Prima di attraversare la soglia della trasformazione, prima di cambiare, dobbiamo capire chi siamo e verso quale verità di noi stessi vogliamo ‘transitare’. Il tempo scorre e la quotidianità sembra immutata, ma in realtà prepara una soglia decisiva: l’intervento che dovrebbe sancire il passaggio da un’identità all’altra. Tuttavia, è proprio alla vigilia di questo momento che emerge un elemento inatteso e profondamente umano: il dubbio. Mario sceglie di rimandare, di concedersi tempo, di ascoltarsi. In questa sospensione si rivela forse il nucleo più commovente del romanzo: non una risposta definitiva, ma la possibilità di abitare la complessità del desiderio e il dubbio come risorsa. Scegliere di aspettare, di rimandare l’intervento non equivale a sottrarsi, ma costituisce una forma piena di decisione. Quell’attesa avrebbe rappresentato parte della costruzione della sua identità. Desiderio si sottrae a ogni esito prescrittivo e restituisce centralità al tempo dell’elaborazione psichica, al dubbio alla sua funzione generativa e non patologica, alla necessità di integrare le diverse istanze del sé senza forzarne prematuramente la sintesi.

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