Marco Rubio e l’apologia del predatore
Il discorso del ministro degli Esteri americano Marco Rubio alla recente conferenza di sicurezza a Monaco è stato visto da alcuni come segno di moderazione all’interno dell’amministrazione Trump, da altri, più realisticamente, come abbellimento di un approccio molto aggressivo alle relazioni internazionali. A leggerlo con attenzione il discorso si rivela privo di un’idea ragionevole sul mondo e, in compenso, pieno di retorica e di pessime intenzioni. Più strutturato, tuttavia, delle esternazioni incontrollate di Trump e di Vance, esprime l’ambizione di dare coerenza e credibilità politica all’ideologia raffazzonata del movimento MAGA. Si distingue da questo movimento per la dichiarata volontà di inglobamento dell’Europa nel progetto “L’America prima”. Più precisamente sposta i confini dell’arroccamento armato includendo in esso i paesi europei e costituisce l’Occidente come entità indifferenziata e isolata, in guerra con il resto del mondo e sotto il netto dominio degli Stati Uniti.
La conoscenza della storia è sostituita in Rubio dal misticismo delle origini che egli fa coincidere con l’affermazione della civiltà cristiana. Per un uomo che, già ministro, si è presentato un anno fa in televisione il Mercoledì delle Ceneri con una croce nera disegnata sulla sua fronte, ciò non è sorprendente. Conferma la mancanza di decoro istituzionale, il solenne disprezzo della realtà multiculturale, multietnica e multireligiosa del paese di cui è alto rappresentante e un opportunismo micidiale. Rubio fa un uso caricaturale e irrispettoso della sua fede (niente affatto dettato dalla devozione) che è strumentale alla sua smisurata ambizione politica. Un’ambizione che si appoggia ugualmente alla superstizione e alla mancanza di scrupoli (invano coperta dall’ipocrisia).
La storia dell’Occidente che il ministro degli Esteri americano ha cercato di sdoganare è a-conflittuale, intenzionalmente mitologica: “Siamo legati gli uni agli altri dai legami più profondi che le nazioni possano condividere, forgiati da secoli di storia comune, fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza e sacrifici che i nostri antenati hanno compiuto insieme per la civiltà comune di cui siamo divenuti eredi.”
Esponente della “cancel culture”, la corrente dell’oblio che attraversa da destra a sinistra il mondo occidentale, Rubio nulla vuole sapere dello sterminio degli indiani, della schiavitù, della guerra civile americana, della Guerra dei trent’anni tra cattolici e protestanti, di due guerre mondiali, dello sterminio degli ebrei e dei nomadi. Nostalgico della cortina di ferro la vuole ripristinare e a partire da essa riscrivere la storia da capo. Con una notevole ambiguità sulla posizione della Russia (ma anche del Qatar o dell’Arabia Saudita) che non si capisce bene da che parte dei confini la colloca. Perché questi confini rigidamente armati tra la civiltà occidentale e il resto barbaro del pianeta, soggiaciono a una notevole eccezione affaristica.
Sono assenti dal discorso di un imperialista affetto da provincialismo, la civiltà greco-romana (a cui la parte più raffinata del pensiero cristiano deve tanto), la Rivoluzione francese e l’illuminismo, la cultura ebraica, i movimenti di emancipazione dei lavoratori e delle donne. Con il paradossale riferimento a una “lingua comune”, l’inglese, quale fondamento condiviso si cancellano dal progetto di una civiltà cristiana armata fino ai denti Dante, Cervantes, Racine, Goethe (anche se in un altro passo del discorso Dante viene sparso come formaggio sui maccheroni insieme a Michelangelo, Mozart, Beatles e Roling Stones).
Secondo Rubio il declino della civiltà occidentale da arrestare sarebbe dovuto:
- All’accoglienza facilona dei migranti e non all’incapacità di gestire, nell’ambito di una cooperazione internazionale, le cause (guerre e fame) di una migrazione di massa inarrestabile e alla riluttanza a creare le condizioni di un loro inserimento pensato e funzionale nei paesi a cui approdano.
- Alla “religione climatica” che avrebbe imposto politiche energetiche che impoveriscono i popoli.
- All’welfare che avrebbe tolto risorse da investire nella difesa.
- Alla ricerca di espiazione per i “supposti” peccati delle generazioni precedenti.
- Alla fede nell’ordine mondiale fondato sulle leggi internazionali che avrebbe sostituito gli interessi vitali delle nazioni occidentali.
Questo pensiero è fatto di luoghi comuni con cui si negano i più urgenti problemi del mondo: il grave deterioramento climatico, lo sradicamento massiccio degli esseri umani dai luoghi delle proprie origini, la povertà estrema, la grave disarticolazione degli scambi e dei legami tra i popoli, la sovrappopolazione delle aree metropolitane. La montagna della demagogia sulla civiltà occidentale partorisce un topo: il connubio autoritario, apertamente sponsorizzato, tra forza militare, intelligenza artificiale/automazione industriale e affari. Il connubio necessariamente costruisce, come condizione della sua autoconservazione, una percezione paranoica della realtà mondiale (all’interno della quale l’America e la Cina già si riflettono l’una nell’altra). Chiamato a difendere lo “stile di vita” occidentale, che fa di tutto per distruggere nei suoi aspetti democratici e libertari e mantenere nella sua vocazione coloniale, chiama a sé la guerra come sua alimentazione esistenziale, materiale e psicologica.
Il discorso di Rubio è un’apologia della legge del più forte. Un’apologia insieme sicura di sé e incurante della serietà e della coerenza dei suoi ragionamenti. Dietro l’invocazione dello spirito di sacrificio in difesa della “nazione” occidentale (l’eredità avuta dagli antenati) appare la chiara volontà di sacrificare l’interesse comune all’interesse del più forte dentro e fuori dai confini dell’Occidente.
Nel mondo animale la legge del più forte non è dominante se non in contesti in cui l’appagamento urgente dei bisogni materiali può favorire il più abile o il più violento. La selezione naturale non privilegia il più forte ma il più in grado di accordarsi con l’intero ecosistema. La legge del più forte è una visione totalmente antropocentrica del mondo che pone l’essere umano in una posizione prevaricatrice nei confronti del suo stesso ambiente (psichico, sociale, naturale) di vita. Rubio ne sottolinea la natura predatoria e rivendica come suo fondamento l’uso “militare”, aggressivo dell’intelligenza anaffettiva.
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