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Fermi allo 0,3 da trent'anni. L'intelligenza artificiale può cambiarci il passo, se nessuno resta fuori

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C'è un numero che spiega, meglio di qualunque discorso, i salari che arrancano e i ragazzi che cercano altrove quello che qui non trovano. È lo 0,3 per cento: quanto è cresciuta in media, ogni anno dal 1995 al 2024, la produttività del lavoro in Italia, cioè il valore che produciamo per ogni ora lavorata. Lo ha certificato l'Istat a dicembre. Trent'anni, un decimale. Senza produttività non c'è spazio durevole per stipendi più alti; e nell'ultimo decennio l'Europa è andata quasi quattro volte più veloce di noi, 1,1 contro 0,3, mentre il 2024 si è chiuso con un altro segno meno. Su questo sfondo arriva l'intelligenza artificiale. A maggio il governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta, nel suo discorso annuale, ha indicato la posta: oltre un punto di produttività in più ogni anno se l'adozione sarà rapida e diffusa, appena 0,2 se resterà lenta. Per noi quella differenza vale un decennio di crescita.

E stiamo correndo. Nel 2025, secondo l'Istat, il 16,4 per cento delle imprese italiane con almeno dieci addetti usa almeno una tecnologia di intelligenza artificiale; un anno prima era l'8,2. Un raddoppio in dodici mesi, mentre la media europea è al 20 e la Danimarca al 42. La distanza si sta chiudendo, e in fretta.

Dentro quel 16,4, però, convivono due Italie. Usa l'intelligenza artificiale il 53 per cento delle grandi imprese e appena il 16 delle piccole e medie, che del nostro tessuto produttivo sono la quasi totalità. L'adozione ha preso la forma della nostra struttura economica, e ne eredita i limiti. Il divario, prima ancora che di tecnologia, è fatto di dati in ordine, processi ripensati, e soprattutto persone formate:........

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