Può un dolcetto salvare delle vite?
In Corea del Sud, nelle ultime settimane, si è vista una scena insolita anche per un paese abituato alle ossessioni collettive: file ordinate, all’alba, davanti ai centri per la donazione del sangue. Fa freddo, ma la gente aspetta. Sarà scoppiata un’emergenza sanitaria? No. Aspettano un dolce, il Dubai Chewy Cookie o dujjonku.
Si tratta di una specie di biscotto, nato dalla versione coreana del Dubai chocolate, già virale l’anno scorso. Piccolo, pesante, ricoperto di cacao, con un interno che non ha molto a che fare con la nostra idea di pasticceria: crema di pistacchio dal verde acceso, fili burrosi di pasta knafeh fritta, quella mediorientale, e marshmallow. Il risultato è una consistenza densa, elastica, quasi gommosa, più vicina al famoso dolce giapponese fatto di riso glutinoso, il mochi, che a una frolla.
Non è difficile capire perché funzioni sui social. Quando lo si spezza, il ripieno cola appena, il contrasto tra l’esterno scuro e l’interno verde è netto, quasi fosforescente. È uno di quei prodotti che sono stati pensati più per essere fotografati che mangiati.
Intorno al dolce, nel frattempo, si è costruita la solita economia parallela tipica delle mode coreane. Le piccole pasticcerie hanno iniziato a produrlo in proprio, ognuna con variazioni minime; sono comparsi limiti di acquisto, mappe online per individuare i negozi ancora riforniti, imitazioni nei minimarket. Per qualche settimana il prezzo dei pistacchi è salito alle stelle. Sushi bar e i ristoranti del tipico manzo alla coreana, il bulgogi, lo hanno inserito in menu…
I medici hanno provato a raffreddare l’entusiasmo parlando di zuccheri e metabolismo, ma senza grandi effetti. Le mode alimentari, in Corea, hanno una loro autonomia: si accendono rapidamente, saturano tutto, poi si spengono. Prima di questa c’è stata quella della frutta caramellata, dei macaron enormi, del pandispagna giapponese, la torta castella.
Nel frattempo, però, succede anche altro: la Croce Rossa coreana, ha deciso di usare questo dolcetto come incentivo per le donazioni. Non una campagna elaborata: semplicemente, lo si offre a chi dona. È bastato. Le donazioni sono aumentate in modo significativo, soprattutto tra chi non aveva mai fatto quel gesto prima. Le file per donare da scarne sono diventate lunghissime, ma soprattutto documentate e condivise. I centri trasfusionali, che da tempo registravano un calo, vedono entrare persone nuove. Giovani, soprattutto. Persone che probabilmente non avrebbero risposto a un appello generico, ma che per una serie di ragioni, curiosità, imitazione, occasione, si trovano lì. Il dolce, da solo, non spiega nulla, ma un suo ruolo lo ha avuto! Semplicemente porta le persone a fare una cosa che altrimenti non avrebbero fatto.
In Italia, le file davanti ai centri per le donazioni non si formano. Non per un dolcetto, almeno. Forse non è nemmeno una questione di incentivi in senso stretto, né di premi da introdurre o meno. In Italia, purtroppo, il tema della scarsità delle donazioni viene trattato come una questione di responsabilità individuale. Il sistema più o meno regge perché ci sono i soliti noti. Chi si avvicina per la prima volta lo fa in modo sporadico, senza continuità: per molti la donazione resta qualcosa di lontano, che non entra davvero nelle abitudini. Si continua a presentarla come un dovere civico, un’impostazione che non basta a far fare il passo concreto, soprattutto ai più giovani. Non sarà un dolcetto a salvare delle vite in Italia, ma qualcosa di diverso bisognerà pur farlo.
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