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In un mondo in guerra, chi protegge il mare?

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04.03.2026

Dazi, sviluppo accelerato dell’Intelligenza Artificiale, crescita dell’offerta globale di petrolio, corsa al riarmo e ora un nuovo picco di tensione in Medio Oriente dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele all’Iran e la reazione di Teheran. In questo scenario instabile, cosa rimane davvero del Green Deal europeo?

Lo European Green Deal, lanciato nel 2019, nasce con l’obiettivo di rendere l’Unione Europea climaticamente neutra entro il 2050, integrando politiche su clima, energia, economia circolare e tutela della natura. Era, ed è tuttora, una strategia sistemica per trasformare l’economia europea in un modello a basse emissioni, competitivo e resiliente. Ma il contesto globale è radicalmente cambiato.

L’escalation militare tra Washington, Tel Aviv e Teheran riporta al centro il rischio di instabilità energetica. Il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz restano snodi fondamentali per il commercio globale di petrolio e gas. Ogni tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi, pressioni sui mercati e richieste politiche di “sicurezza energetica” a breve termine. In questo scenario, la tentazione di rallentare la transizione per garantire approvvigionamenti immediati diventa concreta.

Parallelamente, l’Europa continua a ridefinire le proprie rotte energetiche, aumentando le importazioni di gas naturale liquefatto da Paesi come Stati Uniti e Qatar. La crescita dell’offerta globale di petrolio, sostenuta anche da nuovi investimenti fossili, sembra offrire una risposta rassicurante nel breve periodo, ma rischia di consolidare dipendenze strutturali incompatibili con gli obiettivi climatici.

A questo si aggiunge la corsa globale all’IA e alle infrastrutture digitali: data center ad alta intensità energetica e competizione tecnologica richiedono enormi quantità di elettricità. Senza un’accelerazione decisa sulle rinnovabili e sulle reti intelligenti, il rischio è che l’innovazione digitale si traduca in un aumento netto delle emissioni.

Infine, la corsa al riarmo e l’incremento delle spese per la difesa in Europa, conseguenza diretta delle tensioni geopolitiche, possono comprimere lo spazio fiscale e politico dedicato alla decarbonizzazione. Le priorità strategiche si moltiplicano, ma le risorse non sono infinite.

In questo quadro, alcuni Stati membri chiedono maggiore “flessibilità” nell’attuazione delle politiche ambientali, evocando competitività e protezione industriale. Ma affrontare la crisi climatica in modo meno ambizioso non rafforza l’Europa, anzi la espone a vulnerabilità future, in materia di clima ed economia.

Per noi di Marevivo, il Green Deal non è un lusso da tempi di pace. È una strategia di sicurezza. Il mare, che produce oltre la metà dell’ossigeno che respiriamo e assorbe circa il 30% della CO₂ generata annualmente dalle attività umane, è patrimonio e infrastruttura naturale essenziale. La crisi climatica, la perdita di biodiversità e l’inquinamento, soprattutto da plastica, non si fermano davanti alle guerre o ai dazi.

Proprio l’instabilità internazionale dovrebbe spingere l’Unione Europea a rafforzare, e non indebolire, la propria traiettoria verde. Strumenti come il pacchetto Fit for 55 e il Carbon Border Adjustment Mechanism non sono ostacoli alla competitività, ma leve per orientare mercati e investimenti verso modelli più resilienti.

In un mondo segnato da conflitti energetici, competizione tecnologica e polarizzazione geopolitica, l’Europa può scegliere se inseguire le emergenze o consolidare una visione. Per noi di Marevivo il Green Deal resta la cornice strategica entro cui integrare sicurezza, innovazione e tutela degli ecosistemi. Senza oceani in salute non esiste stabilità climatica, né prosperità economica. E nessuna politica di breve periodo può sostituire questa evidenza. Con Ursula von der Leyen, l’Unione europea ha appena lanciato OceanEye, stanziando 50 milioni di euro in due anni per rafforzare l’osservazione degli oceani, proteggere gli ecosistemi marini e supportare le decisioni politiche strategiche con dati scientifici solidi. Il confronto è inevitabile: 50 milioni per il mare, contro gli 800 miliardi del piano “ReArm Europe” (Readiness 2030), che punta a rafforzare la prontezza militare e ridurre la dipendenza da alleati esterni. Un paragone ingeneroso. Ma anche profondamente rivelatore.

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