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I silenti Enasarco, una delle più grandi ingiustizie di questo Paese

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27.04.2026

I “silenti Enasarco”, le centinaia di migliaia di lavoratori che hanno versato contributi alla fondazione Enasarco senza riuscire a maturare una pensione (a volte anche solo per pochi mesi: occorrevano vent'anni), restando di fatto esclusi da ogni tutela e perdendo tutto quello che avevano versato, è una delle più grandi ingiustizie di questo Paese. Diritti calpestati, silenzi imbarazzanti, una ferita ancora aperta. Me ne occupo da tempo: ordini del giorno, interrogazioni, lettere e richieste di intervento al governo, che fino ad ora non ha fatto niente. E oggi, proprio sul tema, condivido la lettera di denuncia di Francesco Briganti, tra i primi "silenti" che ha trasformato una condizione personale in una battaglia collettiva. Una testimonianza limpida, che spiega perché questa vicenda non è più rinviabile. E che rompe qualche ipocrisia.

“Io, un silente Enasarco...

Ci sono condizioni che restano ai margini non perché siano difficili da spiegare, ma perché, una volta nominate fino in fondo, costringono tutti a prendere posizione.

Quella dei cosiddetti “silenti” Enasarco è una di queste.

Non è solo una definizione tecnica: è la condizione di chi, dopo anni di contributi versati con la fiducia di ricevere prima o poi una restituzione, scopre invece di trovarsi davanti a una soglia che non conduce da nessuna parte.

Si resta lì. E restare lì, nella sostanza, significa non avere diritto a nulla.

Non abbastanza dentro per ricevere una pensione, non abbastanza fuori per dirsi estranei a un sistema che per anni si è alimentato anche di quei versamenti obbligatori; una terra di mezzo che non è equilibrio ma sospensione, e che col tempo smette perfino di fare rumore.

È in questo punto che negli ultimi giorni si è inserito, o meglio è riemerso, ciò che la trasmissione Report ha riportato all’attenzione pubblica, rendendo visibili elementi che da tempo circolavano in modo frammentario: incarichi, consulenze, ruoli che si sovrappongono e che finiscono per modificare la percezione complessiva del sistema.

Quanto emerso da Report e da articoli che periodicamente tornano sul tema dei “Silenti Enasarco” non è un episodio isolato, ma il punto di condensazione di una questione più ampia: il rapporto tra chi governa, chi controlla e gli enti che dovrebbero essere controllati. Ed è qui che la riflessione smette di essere tecnica o polemica e diventa inevitabilmente politica, perché a incrinarsi non è solo la correttezza formale di un incarico, ma la fiducia stessa nella distinzione dei piani.

E la fiducia, quando si incrina, non fa rumore subito. Scava, corrode, sbiadisce ed alla fine logora chi si sente tradito e vilipeso dalla noncuranza!

Nel frattempo, quasi in parallelo e con un’ostinazione che meriterebbe maggiore attenzione, per tre volte gli ordini del giorno a firma di Marco Furfaro hanno impegnato il Governo ad aprire un tavolo di confronto tra rappresentanti dei silenti, Enasarco e ministeri vigilanti; tre volte, cioè non un inciampo procedurale ma una reiterazione, un richiamo che torna sullo stesso punto e continua a ripresentarsi.

Espressione necessaria, certo, ma che, letta da dentro quella condizione, rischia di assumere un significato quasi rovesciato, perché mentre si discute dell’apertura di uno spazio di confronto, c’è chi da anni vive dentro una chiusura concreta e materiale, fatta dell’assenza totale di qualsiasi prestazione previdenziale.

Ancor più se si considera che chiaramente, con ben due sentenze, di primo e di secondo grado, negative per il ricorrente, ex agente di commercio e "silente", l'Autorità Giudiziaria, ha statuito che il compito precipuo di risolvere l'annosa questione spetta alla Politica e, in particolare, al Potere legislativo.

E allora la distanza tra i due livelli: quello in cui si nominano le cose e quello in cui le stesse si vivono, diventa difficilmente sostenibile.

Non si tratta di individuare un colpevole né di semplificare ciò che è complesso; si tratta di prendere atto che esiste uno scarto sempre più evidente tra il funzionamento formale di un sistema e il suo esito reale su una parte precisa di persone, e che questo scarto ha ormai assunto i contorni di una condizione stabile: i silenti.

Sono coloro che non interrompono, non occupano, non alzano la voce, non perché non ne avrebbero motivo, ma perché la loro posizione li colloca in un punto in cui anche il conflitto perde efficacia.

Ma il fatto che questo disagio non si rifletta non significa che non esista. Resta, si accumula, lavora sotto traccia, fino a chiedere di essere riconosciuto per quello che è: non un’anomalia statistica o una conseguenza marginale, ma una questione che riguarda il senso stesso di un sistema che raccoglie per restituire e che, quando smette di restituire, non può limitarsi a riorganizzare le proprie procedure senza interrogarsi sulla propria legittimità.

Perché è lì che il silenzio cambia natura: smette di essere assenza di rumore e diventa responsabilità. E da quel punto continuare a non ascoltarlo non è più distrazione: è una colpevole scelta”.

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