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Naza mostra quel che non si vede: il buio, il male, il silenzio

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30.09.2026

Ho visto Naza. In un silenzio così profondo che la sala, gremita, sembrava deserta. O forse era perché trattenevamo tutti il fiato.

È cominciata come è finita: con un fotogramma nero, senza colonna sonora che non fossero rumori. E m'è venuta in mente un'altra proiezione travolgente che faceva del gioco di distanze e di prossimità, dello svuotamento delle percezioni, dello schermo che oscurava invece di mostrare, lo strumento per metterci di fronte a qualcosa d'insopportabile. "Naza" come "La zona d'interesse": un documentario e un film (e il regista Jonathan Glazer ne è produttore esecutivo, assieme a James Wilson e al quotidiano britannico The Guardian: c'è un'inchiesta giornalistica, e ben solida, alla base del documentario), accomunati dalla stessa materia, ovvero la disumanizzazione del nemico, la sua riduzione a un problema di logistiche, oggetti, bersagli, misure, calcolo dei danni. Dei danni collaterali, che è appunto il significato dell'agghiacciante acronimo Naza: che beffa, quei suoni che ci richiamano alla mente altre epoche di disumanizzazioni e stermini (forse nel linguaggio nulla accade a caso, e l'analogia governa l'universo). Quel parallelo che sta lì, e viene in questi anni evocato e vituperato, respinto con disdegno e riconosciuto con stupore: lo sterminio degli ebrei a opera dei nazisti, lo sterminio dei palestinesi a opera del governo israeliano. Lo sterminio, anzi il genocidio.

Non accade nulla, negli 80 minuti girati, tagliati e cuciti da Yuval Abraham e........

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