Se il nucleare iraniano resta una maschera, ora per la guerra fallita
Occupare sempre lo spazio mediatico con un tema significa renderlo concretamente reale e di immediata attualità, al di là della sua consistenza effettiva. E così è stato, e lo è tuttora, per la sempiterna questione del nucleare iraniano. Una questione intorno alla quale hanno ruotato la maggior parte delle cronache e delle opinioni sull’Iran sui media occidentali.
Alla luce dell’accordo annunciato l’altra notte tra Usa e Iran, tuttavia, viene da chiedersi quanto il programma nucleare iraniano - di cui Teheran ha sempre dichiarato finalità esclusivamente civili - sia il vero nodo del problema. E non invece una ciambella di salvataggio per il presidente Donald Trump, a copertura dei fallimenti su tutti gli altri fronti della guerra da lui intrapresa contro la Repubblica Islamica, sotto la pressione del suo alleato Benjamin Netanyahu.
È legittimo ipotizzare infatti che insistere sulla centralità del nucleare come movente di quella guerra - e portare presto all’attenzione pubblica gli inevitabilmente complessi negoziati previsti nei prossimi 60 giorni – serva di nuovo a fare fumo intorno ai veri nodi del contendere con Teheran. Tanto più che l’Iran si è sempre mostrato aperto a negoziare su quel punto, al punto da concludere e rispettare l’accordo del 2015 abbandonato nel 2018 dallo stesso Trump, e in seguito condurre nuovi round di trattative con Washington: fino agli ultimi due, interrotti entrambi dagli attacchi israelo-statunitensi del giugno 2025 e del 28 febbraio 2026. E tanto più che Teheran è di nuovo pronta a riprendere quei colloqui,........
