“Un po’ di luce”. Il film di Asgari non fa sconti agli apparati dell'Iran, tra guerra e repressione
Ci sono due passaggi particolarmente significativi, nel film dell’iraniano Ali Asgari “Un po’ di luce”, nel rappresentare l’approccio di una parte degli iraniani nei confronti della guerra di Usa e Israele che sarebbe giunta poche settimane dopo le proteste di dicembre e gennaio scorsi. Nel primo il portiere di un condominio esprime la fiducia che gli imminenti attacchi di Donald Trump siano abbastanza mirati da non colpire i civili; nel secondo, qualcuno un po’ troppo ottimista si augura che un missile possa colpire la sua casa, così da potersene rifare una tutta nuova con i risarcimenti di guerra. Nella realtà, non è andata così. Le vittime civili iraniane della guerra cominciata il 28 febbraio si contano a migliaia, e il conflitto ha trascinato l’economia della Repubblica Islamica verso i punti più bassi della sua storia. Mentre i suoi apparati militari e repressivi si mostrano, al contrario, più forti che mai, e la sua dirigenza è apparentemente ben salda, nonostante le divisioni tra falchi e colombe, nel tenere sulle proprie posizioni nel confronto, bellico e diplomatico, con l’ondivago Trump.
Ma il film di Asgari, passato al Concorso di Venezia e ieri in anteprima a Roma con la distribuzione di TeodoraFilm, ci racconta soprattutto una storia di dolore collettivo: quello seguito alla feroce repressione delle proteste di gennaio, quando a colpire e a uccidere erano........
