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Più deleghi all'AI, meno sei pronto quando tocca a te

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06.07.2026

Nella notte del 1° giugno 2009, un Airbus A330 dell'Air France, il volo 447, attraversava l'Atlantico tra Rio e Parigi. A undicimila metri, dentro un fronte temporalesco equatoriale, i tubi di Pitot che misurano la velocità dell'aria si otturarono di ghiaccio per meno di un minuto. Bastò. Le indicazioni di velocità diventarono incoerenti, il pilota automatico si disinserì come da progetto e restituì i comandi ai piloti. Da quel momento all'impatto sull'oceano passarono quattro minuti e ventitré secondi. Morirono tutte le 228 persone a bordo.

L'aereo non aveva un guasto. I motori giravano, la fusoliera era integra. Mancava una cosa sola: un pilota abituato a volare a quell'altitudine con le proprie mani. Il primo ufficiale ai comandi, colto di sorpresa, tirò su il muso invece di abbassarlo, l'aereo perse portanza ed entrò in stallo. L'allarme suonò per decine di secondi. Nessuno dei tre in cabina capì davvero cosa stesse succedendo, e l'aereo rimase in stallo per l'intera caduta. Il report della BEA, l'autorità francese che indagò per tre anni, lo scrisse quasi con imbarazzo: quell'equipaggio non era stato addestrato a pilotare a mano in quelle condizioni, perché su un aereo moderno non capita quasi mai di doverlo fare.

Questa dinamica ha un nome che gli diede 1983 una psicologa inglese, Lisanne Bainbridge, la quale la descrisse in un saggio di quattro........

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