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La riforma della giustizia può garantire libertà e sicurezza nell’epoca dell’intelligenza artificiale

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24.02.2026

L’imminenza del referendum divide sempre di più opinioni e schieramenti. Ma nel confronto pubblico è sinora mancatauna riflessione: i cambiamenti serviranno alla giustizia italiana per affrontare le trasformazioni che l’intelligenza artificiale sta portando nel mondo del diritto? Io penso di sì. Ma per capirlo, è necessario un cambio di sguardo e non giudicare le riforme solo con le categorie del passato.

La modernità non si affronta solo con nuove regole. Serve un investimento coraggioso, consapevole e altamente qualificato nelle tecnologie che possono rendere la giustizia più precisa, rapida e giusta. Dobbiamo ambire a raggiungere standard di maggiore sicurezza con minore rischio di errori giudiziari. L’intelligenza artificiale può aiutare molto pubblici ministeri, giudici e avvocati: analizzare dati, individuare incongruenze, verificare la coerenza dei ragionamenti. Usata con rigore e controllo umano, può ridurre le ingiustizie e accelerare i tempi senza intaccare le garanzie. Il vero rischio non è la tecnologia: è lasciarla crescere senza guida.

Ma si potrebbe obiettare: cosa c’entrano queste considerazioni con la riforma costituzionale? È vero che non parla di tecnologia, ma ne è l’inevitabile premessa. Separare le carriere di giudici e pubblici ministeri non significa solo riorganizzare le istituzioni: significa costruire due culture diverse della giurisdizione, due identità professionali che si completino ma non si confondano. Nell’epoca dell’infosfera, il pubblico ministero, autonomo e responsabile, dovrà concentrarsi sulla qualità ed efficienza delle indagini, sull’uso proporzionato e trasparente dei dati. Il giudice, libero da contiguità di sorta con l’accusa, potrà crescere in un humus culturale fondato sulla terzietà, sulla tutela dei diritti, sul controllo dell’uso delle nuove tecnologie, sulla piena indipendenza di giudizio e sul contrasto dell’errore giudiziario. La storia recente insegna che l’errore non nasce solo da una provatravisata o inutilizzabile, ma da un assetto che confonde i ruoli e cancella i limiti. Nell’era moderna è un monito ancora più importante.Separare le carriere, ridurre il peso delle correnti e rafforzare i controlli significacostruire anticorpi contro l’errore giudiziario, valorizzando equilibrio e trasparenza.

Un autorevole costituzionalista come Augusto Barbera ha ricordato come la riforma della giustizia rappresenti una scelta inevitabile, coerente con la storia repubblicana e con l’esigenza di una magistratura pienamente autonoma e trasparente. È un punto di vista che si integra con la mia riflessione. Se Barbera guarda alla riforma come al compimento di un percorso istituzionale avviato con la Costituzione, io credo che essa sia anche il primo passo verso una giustizia capace di vivere nel futuro. Dalla separazione potrebbe nascere una giustizia davvero capace di governare le potenzialità delle nuove tecnologie. Un giudice formato in un contesto autonomo di carriera saprà usare l’intelligenza artificiale non come sostituto del pensiero, ma come strumento di supporto, orientato alla coerenza costituzionale, alla qualità delle decisioni e alla riduzione dei tempi processuali. E un pubblico ministero consapevole della propria responsabilità nell’esercizio dell’azione penale saprà impiegare al meglio gli algoritmiper analizzare i dati investigativi, senza trasformarli in automatismi, riducendo i tempi delle indagini. Un’indagine fatta meglio, in tempi più rapidi, con minori margini di errori può essere un importante incentivo per i riti negoziali, deflazionando il sistema giudiziario. L’indipendenza culturale delle carriere separate può quindi essere la migliore garanzia perché i diritti del cittadino, a partire dalla presunzione di innocenza, restino al centro anche nell’epoca digitale.

La riforma istituisce inoltre l’Alta Corte, garante della responsabilità disciplinare dei magistrati, e due Consigli Superiori distinti per giudici e pubblici ministeri. L’Alta Corte può rafforzare l’etica della funzione, richiamando ciascun magistrato ai doveri costituzionali anche nell’uso delle nuove tecnologie. I due CSM, invece, potranno promuovere linee di indirizzo e formazione in materia di ricorso alle nuove tecnologie che siano coerenti con le rispettive missioni: la repressione dei reati e la ricerca della prova per il pubblico ministero, la tutela dei diritti e della libertà personale per il giudice, nel culto del ragionevole dubbio. Due autonomie, due responsabilità, ma con un unico obiettivo: una giustizia più moderna e più umana.

Ma la riforma da sola non basta. Se il referendum darà il via libera, il legislatore dovrà garantire tempestivamente che le modalità di impiego delle nuove tecnologie siano coerenti con i metavalori costituzionali che ispirano il nostro ordinamento: libertà, dignità, eguaglianza, proporzionalità e presunzione di innocenza. Sarà la leggeordinaria, espressione della volontà popolare, che dovrà fissare questi limiti e orientarli nel tempo dei dati e degli algoritmi. Senza questa cornice, il rischio è che né l’uomo né la macchina siano davvero governati: si passerebbe dall’arbitrio umano all’arbitrio algoritmico.

Per questo la riforma può essere un punto di partenza, non di arrivo. Ma serve una politica capace di visione e scelte coraggiose, che accompagni la magistratura e l’avvocatura verso un uso consapevole delle tecnologie come strumenti di giustizia, non di comodo o dipotere. Solo così l’intelligenza artificiale potrà diventare, davvero, un alleato della Costituzione. E proprio per l’importanza che questa riforma riveste nel disegnare la giustizia del futuro, auspico una partecipazione popolareampia e consapevole al referendum: perché solo un voto informato e diffuso può darle legittimità piena.

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