Schifano e il nostro presente “schifanesco”
Sono uscita dalla mostra dedicata a Mario Schifano al Palazzo delle Esposizioni con una sensazione rara: quella di aver attraversato non solo un percorso artistico, ma un’intelligenza inquieta, curiosa, instancabile.
Si entra e si è subito dentro. Al centro dello spazio, infatti, è stata ricostruita – con i pannelli originali – la celebre sala da pranzo del 1968, realizzata dall’artista per una casa romana. Non è solo un allestimento: è una dichiarazione. È come essere immediatamente immersi nel suo immaginario, dentro un’opera che nasce per essere abitata prima ancora che osservata.
Ed è un’intuizione fortissima: iniziare da uno spazio domestico che diventa opera totale, ambiente, esperienza.
Ma quello che mi ha particolarmente emozionata sono gli esordi figurativi. Perché, semplicemente, non me li aspettavo. E questo dice quanto sia in fondo impossibile cogliere davvero tutto dell’arte di Schifano, proprio per la straordinaria variabilità che ha attraversato la sua produzione. Ogni fase sembra appartenere a un artista diverso, e invece è sempre lui, sempre in movimento.
Poi arriva la frattura guidata dalla curiosità. Una curiosità radicale, quasi vorace, che diventa il vero motore della sua evoluzione artistica.
La mostra lo racconta molto bene, anche nel modo in cui mette in sequenza i lavori: dipinti, fotografie e film non sono separati, ma scorrono come un unico corpo. È evidente il tentativo di restituire l’opera di Schifano come un flusso continuo, senza gerarchie tra i linguaggi.
C’è però un momento, più di altri, forse, che ti emozionata: l’ambiente di Paesaggi TV interamente ricostruiti che aprono definitivamente il campo all’immagine elettronica. Entrarci significa fare un salto dentro l’immaginario di Schifano, ma anche dentro. il nostro. È come trovarsi dentro uno schermo che non si limita a mostrare immagini, ma le mette in discussione.
E lì si capisce davvero quanto fosse avanti. Eppure, Schifano, per molto tempo, è stato un artista difficile da collocare. Troppo prolifico per essere facilmente ricondotto a una linea unitaria. Troppo libero per essere contenuto in una definizione stabile.
La complessità della sua produzione, unita a una biografia intensa e irregolare, ha contribuito per una fase a renderne meno immediata la lettura critica.
Invece, oggi accade qualcosa di molto chiaro. Il presente è diventato “schifanesco”.
Interamente prodotta dall’Azienda Speciale Palaexpo, questa esposizione è un segnale importante.
Perché significa che un’istituzione pubblica sceglie di investire sulla propria capacità di ricerca, di produzione, di visione. Non solo di ospitare, ma di costruire contenuti. E in una città come Roma, questo fa la differenza.
Per questo sono felice di questa mostra, ma soprattutto perché restituisce a Schifano il posto che merita e ricorda a tutti noi che la cultura pubblica, quando vuole, sa ancora essere all’altezza del proprio compito.
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