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Franceschini, la Dc e il ricordo di Zaccagnini

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03.04.2026

L’iniziativa promossa da Dario Franceschini nei giorni scorsi a Roma sul congresso della Dc del marzo 1976 che elesse Benigno Zaccagnini alla segreteria nazionale del partito, non si può ridurre a una sorta di amarcord o a una simpatica rimpatriata per tutti coloro che hanno vissuto quella stagione o che sono approdati all’impegno politico alla luce di quel concreto insegnamento politico, culturale, civile e anche etico. Certo, c’era anche quella componente che, del resto, è umanamente comprensibile. Ma c’era molto di più. Soprattutto tre elementi di fondo a cui lo stesso Franceschini ha fatto cenno nel suo breve intervento conclusivo.

Innanzitutto sottolineare il rispetto di quella esperienza politica e di quella cultura politica. E questo perché, al di là delle valutazioni che ognuno ne può dare, parliamo di un grande partito popolare, interclassista, di massa, con una spiccata cultura di governo e di ispirazione cristiana. Un partito che attraverso il suo progetto di società ha governato il paese per quasi 50 anni facendo crescere e consolidare la democrazia nella credibilità delle istituzioni democratiche e nel pieno rispetto dei valori e dei principi costituzionali. Un partito che, molto semplicemente, non si può banalmente liquidare - come continua a recitare una banale e qualunquistica narrazione - come un agglomerato di potere o, peggio ancora, un semplice inciampo della storia.

In secondo luogo quella classe dirigente - che proprio nell’iniziativa che si è svolta all’Eur abbiamo potuto riascoltare nelle cronache televisive dell’epoca e in alcune interviste negli anni a venire - non ha più avuto eguali nella storia democratica del nostro paese. Da Moro a Fanfani, da Andreotti a Donat-Cattin, da Forlani a De Mita, da Bodrato a Martinazzoli, parliamo di leader e statisti che attraverso il loro concreto magistero politico, culturale e di governo hanno saputo imprimere una linea politica chiara e netta suffragata da un vero e massiccio consenso elettorale. Una classe dirigente che, tra l’altro, non solo possedeva una specifica e trasparente cultura politica ma che, soprattutto, esprimeva anche un progetto di società che non si esauriva nell’ordinaria amministrazione o nella semplice gestione del potere.

In ultimo, e forse è questo l’aspetto più importante, nel pieno riconoscimento del pluralismo delle varie opzioni politiche che ha caratterizzato il mondo democristiano dopo il tramonto definitivo della Dc, persiste una specificità politica anche nella cittadella politica contemporanea. Una specificità e un modo d’essere che da un lato devono caratterizzare i democristiani in qualsiasi partito si riconoscono  nella stagione contemporanea e che, dall’altro, esige un rispetto reciproco che non può essere mai messo in discussione. A prescindere dalle scelte politiche dei singoli.

Ecco perché l’iniziativa di Franceschini, a 50 anni dall’ascesa al vertice della Dc dell’onesto Zac - così veniva definito in quella stagione il segretario nazionale della Dc - può innescare un vero e proprio cambiamento anche nel comportamento dei democristiani che militano in molti partiti, come ovvio e legittimo, ma che tuttavia non dimenticano la formazione politica, culturale, ideale e forse anche etica che hanno ricevuto nel momento in cui hanno maturato una vocazione politica funzionale all’impegno e alla militanza nella vita pubblica del nostro paese.

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