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Le riforme di grazia, giustizia e verità di cui il paese ha bisogno

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06.03.2026

Il pensiero dominante è che la grazia sia alternativa alla giustizia, slegata una dall’altra. C’è invece qualcosa che le unisce intimamente ed è la verità! Affermazione che ritroviamo anche nel senso più profondo del vecchio adagio popolare “cercò grazia e ottenne giustizia”, che rappresenta la narrazione di tutti coloro che cercando clemenza ottengono punizioni esemplari, sul presupposto che c’è sempre una verità che prevale e mette ordine ed emette “sentenza”, che conduce a una decisione. La richiesta di clemenza non è una richiesta di “condono”, di cancellazione di un fatto che in quanto tale non può essere cancellato, ma è l’istanza di chi vuole ri-accertata la giustizia, ri-accertato il senso del giusto, a partire dalla rappresentazione di altri fatti di cui il diritto non è riuscito a tener conto.

Ce lo ricorda la visione dell’ultimo film di Sorrentino “La grazia”, ma ce lo ricordano anche i principi generali del diritto quando affermano che le norme sono generali ed astratte; perché se fossero particolari e concrete sarebbero di parte. In virtù di tale assunto vengono elaborate osservando da lontano la realtà, con lo scopo di provare a tener tendenzialmente conto di tutte le fattispecie disciplinabili ma con l’obiettivo chiaro di essere giusti in ognuna di esse e, per essere giusti, in sede di applicazione, bisogna però accertare la/e verità. Ma la/le verità si osserva/no da vicino e non con la postura di chi elabora, alla giusta distanza le norme (il diritto).

La premessa non è un inutile esercizio di filosofia o teoria generale del diritto, o una riflessione per addetti ai lavori, e il film sopra richiamato lo dimostra molto meglio di ogni parola e stimola riflessioni profonde che ogni cittadino, senza distinzione di tasso di cultura giuridica, può fare.

Anzitutto perché il diritto e la disciplina non esentano dall’avere una sensibilità. Anzi la sensibilità è una componente che garantisce la corretta applicazione della norma: chi non è sensibile nell’applicazione della norma, viola alla radice il senso di giustizia dell’intero ordinamento!

Non me ne vorrà il lettore se farò due voli, anche se non proprio pindarici, su due temi di attualità e di vita quotidiana, per provare a rendere concrete le affermazioni di principio: la riforma della giustizia e quella della salute.

Il primo: quanto è giusto introdurre il sorteggio nella composizione del Consiglio Superiore della Magistratura per la componente dei magistrati e dei politici, all’interno dell’organo che garantisce l’indipendenza del potere giudiziario che è asse portante della nostra democrazia? La volontà di lasciare al caso ciò che richiederebbe tutt’altro che una “monetina”, dopo aver lasciato al “caso” per responsabilità della politica tutta, che il bene speciale giustizia andasse in pasto a un referendum, ci induce a riflettere seriamente e, senza ombra di dubbio, se la questione è sottrarsi alle correnti politiche o dell’ANM, credo che sia più saggio fidarsi di loro che invece di un bussolotto. Frutto della scelta di affidare al popolo un bene della vita così importante? Sì, se la questione non avesse un tecnicismo della materia molto alto e il tema non appartenesse a quelli che si prestano alla tentazione di punire l’arbitro della partita che ho giocato o che potrei giocare e per il quale sono stato ammonito, senza accorgermi che l’oggetto del mio giudizio o della mia punizione riguarda un più generale senso di giustizia.

Il secondo, parafrasando le parole del film “La grazia”: di chi sono i nostri giorni? Quelli lavorati da un operaio in un’azienda, dell’operaio o dell’imprenditore? E di chi sono i denari depositati da un risparmiatore in una banca, del risparmiatore o dell’istituto di credito? E chi riguardano le sentenze che emette un tribunale della nostra Repubblica? Le parti, il giudice o la giustizia? E a chi appartiene la cura di un paziente, al paziente stesso o ai sanitari? E proprio la sanità come la giustizia è un bene speciale dei cittadini e soffre da almeno un trentennio una terribile disumanità, chiamata regionalizzazione, spacciata per razionalizzazione della spesa e responsabilizzazione del territorio, ma che può essere chiamata solo disparità di trattamento tra i cittadini, espressione di un modello organizzativo che sulle teste dei cittadini li rende diversi, che fa prevalere le ragioni delle Regioni forti (prevalentemente quelle del Nord) su quelle più deboli (Mezzogiorno). Solo un sistema sanitario nazionale che si prende cura di tutti e non fa parti uguali tra diseguali può riportare a umanità la speranza di salute dei cittadini.

Le domande avrebbero tutte risposte scontate e per certi versi banali se ci limitassimo a osservare i fatti da vicino e con lo sguardo al futuro, che assopisce i condizionamenti del proprio vissuto presente. Solo cosi i giorni saranno veramente e non apparentemente nostri, perché tra l’altro, per esserlo, devono essere di tutti ma anche di ciascuno!

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