La vera riforma del lavoro passa dai diritti cognitivi
(di Marco Carlomagno, segretario generale FLP, e Andrea Viliotti, consulente strategico AI)
I diritti cognitivi non sono una formula buona soltanto per seminari o convegni sull’intelligenza artificiale. Sono già, qui e ora, una questione di lavoro, di qualità democratica e di capacità produttiva. Quando si indeboliscono l’accesso alla conoscenza, la formazione continua, la leggibilità degli strumenti digitali e la possibilità di esercitare un giudizio autonomo, si indeboliscono anche la qualità del servizio pubblico e la competitività del sistema economico.
Per questo la Pubblica amministrazione viene prima. Non per una gerarchia ideologica, ma perché è nella PA che l’innovazione incontra ogni giorno la vita concreta di cittadini e imprese. È lì che l’innovazione digitale genera fiducia oppure frustrazione, semplificazione oppure nuova opacità. Eppure proprio qui continuano a pesare nodi irrisolti: uno smart working ancora troppo spesso trattato come concessione anziché come leva organizzativa, una formazione discontinua, una contrattazione chiamata più a rincorrere il cambiamento che a orientarlo, percorsi di carriera che faticano ancora a rendere davvero attrattivo il lavoro pubblico.
Se vogliamo una PA che decida meglio e serva meglio, non basta acquistare software o evocare l’IA come formula salvifica. Serve un ambiente di lavoro che faccia crescere competenze, senso di responsabilità e capacità critica. In questa prospettiva, i diritti cognitivi non coincidono con un catalogo di rivendicazioni individuali: sono le condizioni concrete che rendono possibile una piena cittadinanza professionale nell’età digitale. È qui che si capisce se la tecnologia rafforza il lavoro o lo svuota: nell’accesso reale alla conoscenza, nella leggibilità degli strumenti, nella possibilità concreta di formarsi e di esercitare un giudizio.
Lo abbiamo sostenuto entrambi, da prospettive diverse. Andrea Viliotti nel paper Diritti cognitivi come diritti di habitat nell’era dell’IA, pubblicato sulla rivista Culture Digitali / DiCultHer; Marco Carlomagno nella relazione al convegno FLP del 12 marzo 2026, Innovazione nella Pubblica Amministrazione. Rinnovi contrattuali, percorsi di carriera e qualità del lavoro pubblico. Il punto, in entrambi i casi, è lo stesso: l’innovazione non può essere ridotta né a un fatto puramente tecnologico né a una scelta organizzativa calata dall’alto.
L’idea dei diritti cognitivi come diritti di “habitat”, cioè come qualità concreta dell’ecosistema in cui persone e organizzazioni formano giudizio, responsabilità e possibilità di scelta, offre una chiave di lettura preziosa. Ma è nei luoghi di lavoro che questa idea si misura davvero. Nella Pubblica amministrazione, per esempio, significa capire che l’innovazione non si realizza se resta confinata ai dispositivi o alle piattaforme. Un’amministrazione che forma, aggiorna e valorizza le persone decide meglio. Un dipendente inserito in processi chiari, sostenuto da strumenti leggibili e da obiettivi comprensibili, sbaglia meno, scarica meno burocrazia sui cittadini e usa il digitale per semplificare davvero.
Anche il lavoro agile, quando è serio e ben progettato, rientra in questa visione: non come privilegio individuale, ma come forma più matura di organizzazione del lavoro, fondata su autonomia, responsabilità e risultati. Allo stesso modo, la contrattazione collettiva non può essere considerata un momento terminale, chiamato soltanto a registrare decisioni già prese altrove. Deve tornare a essere il luogo in cui il cambiamento viene governato, reso leggibile e accompagnato, affinché le riforme abbiano un effetto reale su chi lavora e su chi usa i servizi.
Non è un rischio teorico: introdurre l’IA senza cambiare l’habitat organizzativo significa ritrovarsi con più controllo, più opacità e meno autonomia professionale. Sarebbe un errore particolarmente grave nella Pubblica amministrazione, che avrebbe invece bisogno di attrarre competenze, riconoscere professionalità tecniche e digitali, costruire percorsi credibili di crescita e restituire dignità, prestigio e prospettiva al lavoro pubblico. Altrimenti la modernizzazione si ferma alla vetrina.
Ma sarebbe sbagliato fermarsi alla PA. Anche nelle imprese private il nodo è esattamente questo, anche se spesso si usa un lessico diverso. Diritti cognitivi, qui, significa impedire che l’automazione riduca le persone a semplici esecutori di output opachi. Significa costruire governance, definire responsabilità, investire in competenze ibride, tenere insieme sapere tecnico e capacità critica. Significa usare l’IA per migliorare la qualità delle decisioni, non soltanto per aumentare la velocità dei processi o comprimere i costi nel breve periodo. È su questo terreno che il ragionamento si estende alle imprese, chiamando in causa cultura d’impresa, governo dei dati, supervisione umana, formazione manageriale e operativa, metriche chiare.
Un’azienda che affida la selezione del personale, la relazione con i clienti o la pianificazione operativa a strumenti non realmente supervisionati può guadagnare in velocità operativa, ma perde trasparenza, apprendimento e fiducia. E una PA che insegua la stessa scorciatoia finirebbe per produrre l’effetto più pericoloso di tutti: un’amministrazione magari più rapida in apparenza, ma meno comprensibile, meno controllabile, meno giusta.
La vera linea di confine, allora, non passa tra pubblico e privato. Passa tra organizzazioni che usano la tecnologia per accrescere autonomia, competenza e responsabilità, e organizzazioni che la usano per comprimere il giudizio, impoverire il lavoro qualificato e spostare il potere decisionale dentro sistemi che pochi comprendono davvero. È una distinzione politica, prima ancora che tecnica. Perché riguarda la qualità del lavoro, ma anche quella della democrazia economica e istituzionale.
L’Italia ha bisogno esattamente di questo: di una riforma del lavoro capace di tenere insieme le due sponde, con la Pubblica amministrazione come punto di partenza e di misura. Difendere i diritti cognitivi nel lavoro pubblico significa rendere più attrattive le amministrazioni, migliorare i servizi, valorizzare le professionalità e rafforzare il rapporto di fiducia con cittadini e imprese. Estenderli alle imprese significa evitare che la transizione digitale si trasformi in un’accelerazione cieca, in cui l’innovazione venga misurata solo in termini di efficienza immediata e non anche di qualità delle decisioni, sostenibilità organizzativa e crescita delle competenze.
Per questo la vera riforma del lavoro, oggi, non passa soltanto da norme, incentivi o piattaforme. Passa dalla capacità di costruire ambienti in cui conoscenza, formazione, autonomia e responsabilità restino beni comuni. Nell’era dell’intelligenza artificiale, il lavoro di qualità nascerà solo dove sapremo difendere il diritto delle persone a capire, scegliere, apprendere e contare davvero.
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