L'Europa non può fare da spettatrice
La crisi iraniana ci coglie di nuovo sorpresi e impreparati, nonostante i segnali fossero tutti lì a indicare che l’escalation in Medio Oriente era già in atto da tempo. Alla luce di questo scenario possiamo rileggere alleanze, accordi e conflitti che si sono susseguiti negli ultimi anni, a partire dagli Accordi di Abramo. L’Iran è un attore strategico e al tempo stesso destabilizzante nel grande puzzle degli equilibri geopolitici globali, dove geoeconomia, risorse energetiche e rotte commerciali stanno progressivamente ridefinendo i confini del potere.
Il sottotesto delle mosse dell’amministrazione Trump appare sempre più chiaro. L’obiettivo non è solo colpire Teheran, ma ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, sottraendolo alla crescente influenza di Cina e Russia, che negli ultimi anni hanno consolidato nella regione una presenza economica, energetica e militare sempre più rilevante.
In questa strategia il Mediterraneo torna centrale come non mai e Israele assume un ruolo decisivo nell’architettura di sicurezza regionale. Ma la logica che guida l’azione americana è altrettanto evidente: Trump vuole riaffermare gli Stati Uniti – e anche sé stesso – come superpotenza del nuovo ordine mondiale, ridefinendo le aree di influenza americana. Per farlo ha deciso di abbandonare definitivamente gli schemi multilaterali, anche quelli mantenuti finora almeno sul piano formale, e di tornare apertamente alla legge del più forte. Lo abbiamo visto all’opera in ogni mossa fin dal suo primo giorno di governo.
Un secondo elemento emerge con chiarezza: il cambio di regime in Iran non sembra essere oggi la priorità. Se davvero l’obiettivo fosse una transizione democratica, vedremmo iniziative diverse: azioni per liberare i prigionieri politici, un sostegno esplicito a una leadership laica e liberale, una strategia per accompagnare una transizione. Nulla di tutto questo si è visto. All’opposizione iraniana è arrivato soprattutto un messaggio vago: il futuro è nelle vostre mani.
Ma mentre le potenze ragionano in termini di equilibri, sfere di influenza e deterrenza, troppo spesso scompare dal racconto pubblico la dimensione più semplice e drammatica: quella delle persone che vivono sotto le bombe. La guerra al tempo dei droni sembra essere diventata quasi un videogioco. Fa impressione vedere come i potenti del mondo parlino di conflitti come se fossero soltanto una casella sulla scacchiera del potere da muovere alla bisogna.
Siamo tornati indietro di cento anni nel linguaggio della politica internazionale, come se gli ottant’anni di pace europea fossero stati solo una parentesi per ingenui. Ma per chi vive oggi sotto le bombe, in Ucraina come in Medio Oriente, non c’è nulla di astratto. Fa paura anche la velocità con cui tutto viene metabolizzato e digerito dall’opinione pubblica globale. Questa è la “guerra a pezzi” di cui parlava Papa Francesco: una guerra che continua a produrre morti, feriti e società lacerate non meno dei conflitti tradizionali.
Il continente sembra oggi sotto choc per ciò che accade ai suoi confini e strapazzato sul fronte interno da politiche muscolari su materie prime e dazi. Questa ultima crisi mostra con chiarezza quanto l’Europa sia oggi marginale in questo passaggio storico. Divisa tra approcci nazionali e incapace di parlare con una sola voce, rischia di essere trattata semplicemente come un grande mercato più che come un attore politico globale.
In queste ore Elly Schlein ha ricordato che nelle relazioni internazionali non può prevalere “la legge del più forte”. È un richiamo importante. Ma proprio per questo l’Europa dovrebbe dimostrare di possedere una propria strategia e una propria capacità di iniziativa.
Il Mediterraneo è il nostro spazio naturale di responsabilità politica. Eppure proprio qui l’Europa appare ancora spettatrice. L’Italia, per storia e posizione geografica, dovrebbe essere tra i Paesi più consapevoli e attivi di fronte a questa sfida.
L’Europa dovrebbe essere capace di difendersi, ma anche di difendere la pace non come un’astrazione, bensì come una conquista politica, civile ed economica. Non un’illusione, ma una scelta strategica per il futuro e il benessere delle nuove generazioni.
Il momento è talmente serio che richiederebbe uno scarto politico che ancora fatichiamo ad assumere. Anche solo in nome di un sano pragmatismo: decidere se vogliamo essere parte del nuovo equilibrio globale o limitarci a subirlo. Decidere, in altre parole, se essere ancora autonomi e protagonisti del nostro spazio geografico, culturale e storico oppure no.
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