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Imparare a fare domande, come Ulisse, per capire senso e valore dell'intelligenza artificiale

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Non si può capire nulla del mondo, sia quello antico che sta nei libri della storia e dei miti, sia quello contemporaneo, così denso di incertezze e complessità, se non assumendo la postura intellettuale di chi non si stanca mai di fare domande. Cos’è davvero successo? E come? E soprattutto perché? E con che conseguenze?

Ritornare bambini, quando non ci stancavamo mai di chiedere, per ogni cosa, un perché. E restare adulti, tenendo tra le mani le pagine di Cartesio sul “dubbio metodico” e quelle di Pascal e Montaigne sull’importanza della ricerca e di una cultura come costante approssimazione alla verità. E di Spinoza, sulla costruzione di un’etica: un pensiero rigoroso in cui affondano solide radici le riflessioni dei secoli che ci portano alla modernità: “Cercare di attraversare la vita non con paura e pianto, ma in serenità, letizia e ilarità, per salire ogni giorno di un gradino”. È il processo della conoscenza. La scala che ci guida verso la consapevolezza del senso di questa nostra dirompente contemporaneità.

Viviamo tempi ignoranti e approssimativi. Di rifiuto dell’analisi dei fatti e dei dati (pilastri di conoscenza, appunto). E di propaganda per quella post truth che è l’esatto contrario del sapere, una demagogica “post verità” che manipola emozioni, credenze, visioni del mondo in direzione totalmente opposta alla scala di Spinoza. Tempi di rifiuto della scienza e di dileggio del lavoro intellettuale. Tempi in cui prevale la ragione del più forte e non la forza della ragione. Ne sono gravemente minacciate sia la convivenza civile che la nostra stesse democrazia.

Vale la pena rileggere una delle pagine più lucide e severe di Italo Calvino: “Il diavolo oggi è l’approssimativo. Per diavolo intendo la negatività senza riscatto, da cui non può venire nessun bene. Nei discorsi approssimativi, nelle genericità, nell’imprecisione di pensiero e di linguaggio, specie se........

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