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Chi di primarie ferisce...

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24.04.2026

C’è un’ironia quasi matematica nel fatto che uno dei paradossi più evidenti della politica italiana contemporanea riguardi proprio Elly Schlein, che ha conquistato la guida del suo partito grazie alle primarie e ora, di fronte all’ipotesi di primarie di coalizione per scegliere il candidato del cosiddetto campo largo, sembra molto meno entusiasta all’idea di rimettere la leadership nelle mani di un elettorato più ampio, soprattutto se dall’altra parte c’è Giuseppe Conte, capace di mobilitare un pubblico diverso, più emotivo, più fluido, più incline a premiare la narrazione rispetto alla coerenza programmatica. È come se la logica che l’ha portata al vertice si fosse improvvisamente trasformata in un rischio da evitare, un perfetto esempio di come i meccanismi democratici possano produrre risultati che nessuno dei protagonisti considera davvero ottimali. Stefano Bonaccini, sconfitto alla primarie dalla attuale segreteria Pd, sorride.

E qui entrano in scena due signori che non hanno mai partecipato a un congresso di partito ma che sembrano aver previsto tutto: Kenneth Arrow e il marchese de Condorcet. Arrow, economista e premio Nobel, dimostrò che non esiste un sistema di voto capace di trasformare preferenze individuali in una scelta collettiva rispettando contemporaneamente tutti i criteri che consideriamo ragionevoli; Condorcet, filosofo illuminista, mostrò che anche quando ogni individuo ha preferenze perfettamente razionali, la collettività può produrre risultati ciclici e incoerenti, dove A batte B, B batte C e C batte A.

Oggi questi due paradossi non sono più teoremi da manuale, ma la trama quotidiana della politica democratica, dove il candidato che vince tra i militanti non è quello che convince gli indecisi, e quello che convince gli indecisi non è quello che infiamma i social, e quello che infiamma i social non è quello che regge alla prova dei conti pubblici. Nel frattempo, la democrazia liberale si trova stretta tra partiti antisistema che promettono soluzioni immediate e piattaforme digitali che trasformano ogni opinione in identità, ogni identità in appartenenza e ogni appartenenza in una camera d’eco che amplifica le emozioni e silenzia la complessità.

In questo ambiente, i politici pragmatici sembrano figure d’altri tempi, costretti a spiegare che la sostenibilità fiscale non è un dettaglio tecnocratico mentre intorno a loro si moltiplicano richieste impossibili, bonus miracolosi, promesse che evaporano alla prima verifica di bilancio. Il risultato è un ciclo continuo di aspettative irrealistiche e delusioni ricorrenti, che logora la fiducia e alimenta la percezione che la democrazia non funzioni, proprio mentre la democrazia è costretta a inseguire ogni umore del momento per non essere accusata di non ascoltare il popolo. E così, tra paradossi elettorali, leadership fragili, narrazioni che sostituiscono i programmi e una crescente insofferenza verso i limiti strutturali della realtà economica, torna alla mente un vecchio monito degli anni Settanta, quando un celebre rapporto della Commissione Trilaterale avvertiva che il problema non era difendere la democrazia dai suoi avversari, ma difendere la democrazia da sé stessa, dalla sua tendenza a promettere più di quanto possa mantenere e a chiedere più di quanto possa sopportare. Oggi quel monito sembra scritto per noi, mentre continuiamo a cercare un sistema perfetto in un mondo che perfetto non è.

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