Le app di incontri hanno reso gli uomini gay più soli
Le app di incontri — evoluzione digitale di chatroom e vecchi siti — sono entrate nelle nostre vite poco più di dieci anni fa promettendo un cambiamento: la “rivoluzione dello swiping”. Bastava solo un dito per cambiare destino sentimentale.
Per gli uomini gay l’impatto è stato ancora più dirompente. Per anni ci si era incontrati nei luoghi di cruising, negli angoli nascosti delle città, in spazi ambigui dove il desiderio si mescolava al rischio e alla vergogna. All’improvviso, invece, si poteva parlare dal divano di casa.
Ma qualcosa non ha funzionato.
La nascita delle app di incontri è coincisa con dei grandi traguardi civili — matrimonio egualitario negli Stati Uniti e nel Regno Unito, unioni civili in Italia — e sembrava il completamento naturale di un percorso di emancipazione. E invece oggi molti uomini gay raccontano l’opposto: si sentono più soli e disconnessi. Non è solo una sensazione. Diversi studi collegano l’uso intensivo delle app a sintomi di ansia e depressione.
Alla radice del problema c’è un punto fondamentale: alle app non interessa davvero che tu trovi qualcuno. Gli algoritmi sono costruiti per trattenerti — se ti innamori e sparisci, sei un cliente perso. Non a caso Match Group — la società che controlla colossi come Tinder e Hinge — ha dovuto sborsare 14 milioni di dollari dopo accuse di pratiche commerciali ingannevoli.
Negli Stati Uniti oltre tre quarti dei giovani utenti dichiarano di essere stanchi dell’algoritmo. Ma per gli uomini gay il meccanismo è ancora più delicato. Molti di noi sono cresciuti sentendosi “diversi”, spesso isolati dai coetanei, con modelli affettivi fragili o inesistenti. Le app hanno intercettato proprio quelle crepe: il rapporto col corpo, il bisogno di validazione, la paura di non essere abbastanza desiderabili.
Quando un’app esalta canoni estetici irrealistici, celebra l’illusione della scelta infinita e poi ti mette davanti un abbonamento per “sbloccare” più opzioni, non fa altro che alimentare l’insicurezza (e neanche a gratis). Più che un invito a uscire, è un abbonamento alla psicoterapia.
Così l’esperienza diventa un gioco. Un modo per misurare il proprio valore attraverso notifiche e match. Non cerchi più una persona: cerchi conferme. E se queste piattaforme dovevano aiutarci a dichiararci e vivere più apertamente, basta aprirle a Roma per ridimensionare l’ottimismo. Su Grindr — la principale app di incontri per uomini gay — non è raro imbattersi in profili anonimi di preti non dichiarati o uomini sposati.
Sulle app le regole sociali saltano. Amici che inviano nudi non richiesti. Un ex che ti blocca perché “si è annoiato” e mesi dopo riappare mandandoti una fiammetta. Proposte improbabili. Il compagno di palestra che ti scrive con insistenza e poi, dal vivo, finge di non riconoscerti. A volte penso che potrei scrivere un vero dizionario delle patologie grindriane.
Dietro la tastiera tutti leoni; nella vita reale, vigliacconi. E la maggior parte di queste interazioni non si traduce in nulla. Restano lì: sospese, consumate nello spazio di uno schermo.
Non mi tiro fuori, sia chiaro. Anch’io sono un prodotto dell’era grindriana, buttando via ore del mio tempo e di quello degli altri, concludendo nulla. Come diceva Kandinsky, ogni opera è figlia del suo tempo. E noi siamo figli di un tempo che confonde connessione e contatto.
“Non ci si incontra più… tutti vogliono solo chiacchierare, poi spariscono”, mi ha detto un amico. Lo diciamo in tanti. Ma se siamo tutti d’accordo, chi è che continua a farlo?
La comunità gay — la parola stessa lo suggerisce — ha bisogno di comunità. E oggi i diritti conquistati non sono più intoccabili: il vento populista che soffia in Europa ce lo ricorda ogni giorno.
A Roma questa fragilità si sente — il peso del Vaticano, una cultura moralista. Eppure esistono spazi che smentiscono il pessimismo. L’aperitivo della domenica da Vynique, in Piazza Farnese, è uno di quelli: persone LGBT che si incontrano senza schermi in mezzo, che parlano, ridono, si scambiano numeri, si danno appuntamento.
Forse la vera rivoluzione, oggi, sarebbe spegnere il telefono per qualche ora. E magari smettere di regalare le nostre insicurezze a chi le trasforma in profitto con una strategia vecchia quanto il potere: divide et impera.
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