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Netanyahu, la democratura e la guerra dei voti

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06.03.2026

Stiamo sempre più rotolando in un conflitto in rapida espansione, che nasconde tanti interrogativi e il cui esito finale potrebbe ridisegnare per anni l'equilibrio geopolitico in Medio Oriente. Per capire l'evolversi della nuova guerra non occorre la lente d'ingrandimento e nemmeno la bussola. La stragrande maggioranza di esperti, militari e analisti internazionali, concordano infatti su due scenari possibili. Primo, quanto accaduto fino a oggi non è sufficiente a provocare l'implosione del regime degli Ayatollah, nonostante l'inferiorità manifesta della potenza bellica in mare e cielo, nonché l'eliminazione del leader Ali Khamenei. Altro punto dolente è che ci sarà bisogno di una campagna di non breve durata, parecchia logistica e l'ingresso in gioco di altri fattori, che rischiano a loro volta di innescare ricadute a catena. Caldo il coinvolgimento diretto dei curdi, significativo quello eventuale della Turchia del sultano Erdogan.

Se vogliamo inquadrare il problema iraniano in una visione politica d'insieme dobbiamo capire la natura della decisione presa da Benjamin Netanyahu, e avallata dall'azione "sinergica" di Trump. Secondo il recente rilevamento dell'Israel Democracy Institute il sostegno degli israeliani all'Operazione Roaring Lion raggiunge l'82% degli intervistati. Nel campione preso in esame però solo il 26% dei cittadini arabi di Israele approva l'attacco all'Iran. Mentre, nella componente ebraica il dato arriva al 97%, tra gli elettori di destra, e al 76% in quelli di sinistra.

Il The Jerusalem Post, quotidiano di linea conservatore, nel suo editoriale: “Netanyahu merita credito per il successo di Israele contro l'Iran, ma la responsabilità rimane”.

Haaretz, da sempre voce critica al governo, in questi giorni titolava: “Sondaggi contrari ed elezioni imminenti hanno giocato un ruolo chiave nel processo decisionale di Netanyahu”. E poi ancora dalle pagine del quotidiano liberal di Tel Aviv, in una intervista ad un anonimo ministro dell'attuale esecutivo, Jonathan Lis riporta il seguente commento: “La strada di Netanyahu per i seggi passa da Washington e Teheran... Distruggere l'asse del male iraniano è la mossa che Netanyahu ha immaginato, già dopo il 7 ottobre, avrebbe riabilitato la sua immagine”. Semplice. Marketing aziendale. Propaganda. Concetto puntualizzato da Aluf Benn, una delle più acute firme di Haaretz, che annota: “Netanyahu spera di cavalcare la guerra contro l’Iran fino alle urne. Non importa se ci saranno vittime... La sua formula è semplice: il grado di responsabilità che si assume è proporzionale alla popolarità del risultato. L’invasione di Hamas e il massacro nelle comunità di confine di Gaza sono stati il peggior disastro nella storia di Israele. La successiva distruzione di Gaza è stata ampiamente sostenuta in patria, ma percepita a livello globale come un crimine di guerra. Era quindi conveniente presentarla come un’espressione dei sentimenti di vendetta dei soldati dell’IDF piuttosto che come una direttiva strutturata dall’alto”.

Molti israeliani dubitano non delle capacità dell'esercito ma del reale motivo che spinge il signore della destra a generare disordine. L'impressione diffusa è che re Bibi voglia sfruttare l'intervento in Iran e lo stato d'emergenza nel paese per consolidare il consenso in chiave elettorale. Con un conflitto in corso e la tenuta della maggioranza nella Knesset, il falco del Likud ha tutta la forza per avanzare “legittimamente” nel suo programma e instaurare una democratura. Strategia che “impone” di scavalcare i contrappesi del sistema dello stato, rimuovendo l'ostacolo alla realizzazione del suo sogno di essere sciolto dalla legge ed intoccabile dalla magistratura. A imperitura memoria immune da ogni sanzione, è la pretesa del più longevo primo ministro della storia di Israele.

Intanto, nel primo sondaggio dall'inizio del conflitto, condotto per The Times of Israel, il Likud di Netanyahu guadagna 4 seggi, passando da 27 a 31, tuttavia l'effetto ripresa avviene in gran parte a danno degli altri partiti della coalizione, penalizzati. Con Bibi che porta l'acqua al suo mulino il rischio per l'estrema destra nazionalista di Bezalel Smotrich è di non varcare la soglia minima per entrare alla Knesset, lasciando sul campo un prezioso alleato in meno. Comunque, se si votasse oggi entrambi i blocchi contendenti non avrebbero una maggioranza assoluta in parlamento, senza l'appoggio dei partiti arabi. Più che mai ago della bilancia, a cui nessuno vuole accostarsi. Almeno per ora.

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