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Stefani risponde al padre dopo il Tso al figlio: «La malattia non può cancellare il diritto a immaginare un domani»

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ho letto la sua lettera pubblicata ieri da questo giornale con attenzione e profonda commozione. Fra le tante parole che non mi hanno lasciato indifferente, c’è quel «Papà, salvami», che interroga certamente lei in prima persona e, se lo permette, anche tutta la nostra comunità. Ed è proprio nella consapevolezza che una responsabilità simile debba essere condivisa, che ho deciso di scriverle.

«Mio figlio ha 24 anni ed è in comunità da tre. Per riuscire a immobilizzarlo furono necessari 5 carabinieri, un medicoe 4 infermieri. Il problema non sono le persone che lavorano ogni giorno sul campo. Il problema sono le risorse e l’organizzazione di un sistema che spesso costringe quelle stesse persone a lavorare in condizioni difficilissime. Servono servizi territoriali realmente presenti. E servono soprattutto le famiglie»

Prima di tutto per dirle grazie. Grazie per aver trovato, dentro una sofferenza così grande, la forza di raccontare la sua storia. Grazie perché, pur attraversando anni di dolore, sgomento e sacrifici, non ha chiesto un privilegio per suo figlio, ma ha scelto di dare voce a tante famiglie che vivono la stessa condizione, lontano dai riflettori e troppo spesso in solitudine.

La sua lettera contiene una domanda alla quale le istituzioni hanno il dovere di rispondere. Non soltanto con la voce, ma con l’ascolto, con le scelte e con i fatti. La salute mentale, soprattutto........

© Corriere delle Alpi