Benvenuti a Nuuk: tutti la vogliono, ma come si vive in Groenlandia?
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Benvenuti a Nuuk: tutti la vogliono, ma come si vive in Groenlandia?
La Danimarca versa ogni anno il 25% del prodotto interno lordo locale, il resto dell’economia si regge sulla pesca. Terre rare e giacimenti di petrolio ci sono, ma serviranno anni per l’estrazione
Il buio? Il freddo? Non c’è problema. Per chi vive in Groenlandia, a gennaio, è normale vedere spuntare la luce del sole alle 10.30 di mattina e salutarla alle 4 del pomeriggio. Così come è abituale camminare per le strade ibernate, protetti da giacconi sportivi, cappelli e guanti hi-tech, mentre il termometro si inabissa a -10, -15 gradi.
Ma l’ansia, la paura, no. Questi sono sentimenti nuovi, sconosciuti, soprattutto per i più giovani. Non si era mai vista neanche questa forma di indignazione, di rabbia collettiva che si trasforma in azione, in rivolta politica. Sabato 24 gennaio a Nuuk, la capitale dell’Isola artica, almeno cinquemila persone hanno sfilato, contestando e anche insultando Donald Trump.
Alla testa del corteo il sindaco, il trentunenne Jens-Frederik Nielsen, che gridava slogan e cantava canzoni patriottiche. Dietro di lui il serpentone formato dai suoi concittadini, discendenti degli Inuit, la popolazione indigena (circa il 90% sul totale di 57 mila abitanti della Groenlandia) e dei vichinghi, sbarcati da queste parti nel XVII secolo.
Soldati danesi sbarcano a Nuuk
Cartelli di cartone con le scritte in pennarello: «Trump non hai bisogno della nostra terra, ma di uno psichiatra». Oppure il vecchio, collaudato «Yankee, go home». Eppure, qui gli americani piacevano a tutti. Sono arrivati dopo la Seconda Guerra mondiale, sottoscrivendo, nel 1951, l’accordo sulla sicurezza con la Danimarca. Il Pentagono aveva insediato 17 basi militari, con 30 mila soldati.
Ora ne resta una sola, con poche centinaia di uomini e donne in divisa. Ma praticamente nessuno si fida di Trump. È uno stato d’animo trasversale che parte dal premier Nielsen; transita per gli indipendentisti, come ci spiega il deputato Kuno Fenker; tocca la società civile, racconta l’avvocata Britta Keldsen, specializzata in diritto internazionale, ma anche penalista tuttofare, che ci riceve nel suo studio-chalet; o come conferma Finn Meinel, un altro legale, console onorario della Corea del Sud che da mesi tiene d’occhio le esercitazioni «offensive» degli «Arctic Angels», le unità speciali americane di stanza in Alaska.
Da oltre un anno, i diplomatici europei, gli analisti di mezzo mondo si chiedono per quale motivo il presidente degli Stati Uniti si sia fissato con quello che egli stesso ha definito «un pezzo di ghiaccio invivibile e dimenticato», e anche, a Davos «big, beautiful piece of ice», un grande e bellissimo pezzo di ghiaccio». Prima si è parlato di petrolio, poi di terre rare e, nello stesso tempo, di «esigenza vitale per la sicurezza nazionale degli Usa».
Appena atterrati all’aeroporto di Nuuk, ci viene incontro una realtà poco collaborativa con le ipotesi, le speculazioni degli esperti. La nebbiolina si confonde, si impasta con il color avorio del ghiaccio. Non siamo sbarcati tra i selvaggi, ma in un frammento di Danimarca costruito faticosamente, strappato metro per metro alla forza straripante della natura.
La madrepatria versa al «Territorio speciale» della Groenlandia circa 4-5 miliardi di corone danesi all’anno, cioè 600-700 milioni di euro, equivalenti al 25% del prodotto interno lordo dell’Isola. Quei soldi garantiscono il funzionamento degli uffici pubblici, di gran parte della sanità, del sistema scolastico, del welfare, dei trasporti, della difesa. La bandiera danese, la croce cristiana bianca in campo rosso, sbuca da tutte le parti. Sugli spazzaneve, sulle gru. Fa da contrappunto una pignoleria identitaria diffusa.
Un po’ ovunque, non solo sugli alti pennoni davanti agli edifici amministrativi, pendono, intirizzite, le insegne della Groenlandia. Due fasce orizzontali, bianca e rossa, interrotte al centro da un cerchio con gli stessi colori, ma capovolti. Come dire: riconosciamo il legame con i danesi, ma fino a un certo punto, considerato che godiamo di larga autonomia politica dal 1979. D’altra parte, la parola per dire «sì» a Copenaghen (ja), significa «no» a Nuuk. E viceversa.
C’è una spinta politica all’emancipazione completa dalla Danimarca. Nelle ultime elezioni del marzo 2025, il partito indipendentista più grande, il Nalaraq ha raccolto il 24,5% dei voti ed è rimasto all’opposizione; mentre la coalizione di governo, favorevole a mantenere il legame con i danesi, è guidata dai centristi-democratici del premier Nielsen, che hanno ottenuto il 30%. In realtà, la base materiale del Paese non sembra ancora in grado di reggere lo sganciamento completo dalla Danimarca. Lo testimoniano le cifre, ma anche lo scenario che si apre sulla baia di Nuuk.
Su un piccolo promontorio si staglia il profilo dell’unico deposito di gas per la capitale. Poco più in là c’è la centrale elettrica. Qualche chilometro più indietro svetta l’antenna per la tv e il collegamento Internet. Fine. Le infrastrutture sono tutte qui. A malapena sufficienti per alimentare la vita quotidiana dei 20 mila abitanti della città, afflitti da periodici black-out. Al momento, non ci sono le condizioni per l’insediamento e la crescita di altre imprese.
Le uniche fabbriche che funzionano sono quelle della filiera ittica. Piccole aziende, a metà tra l’artigianato e il processo industriale, che sfilettano e impacchettano gli halibut, pesci piatti e sodi, simili al rombo. Oppure i gamberi un po’ slavati e insipidi o, ancora, la polpa di balena. Il nerbo dell’economia dell’Isola, che vale il 60% circa del prodotto interno lordo, è racchiuso in poche centinaia di metri.
Sullo specchio d’acqua più riparato, galleggiano decine di pescherecci dai colori vivaci. Sui moli, ecco le reti accatastate e i carrelli per trasportare pesci e crostacei fino ai nastri per la lavorazione. Oltre la metà dei prodotti parte via nave o con gli aerei cargo per la Danimarca. Il resto raggiunge la Cina, il Regno Unito, il Giappone, l’Islanda.
È una terra di pescatori, mescolati con un po’ di imprenditori; un minimo di grande distribuzione con i supermarket molto simili a quelli di Copenaghen; diversi commercialisti che curano le pratiche dell’export; qualche operatore turistico. Nei tre-quattro grandi alberghi, ci sono ristoranti all’europea che servono, all’americana e in pieno corto circuito climatico, caraffe d’acqua ricolme di ghiaccio.
Gli schermi trasmettono le immagini della Groenlandia incontaminata. Le slitte trainate dai cani, che tanto fanno ridere Trump; la pesca alla lenza praticata nel permafrost traforato; le onde verdi e rosse dell’alba boreale. Dopodiché, gli impianti di sci sono chiusi perché non nevica da mesi. I bimotori che collegano le 18 città del Paese, l’unico mezzo per spostarsi visto che non ci sono strade, viaggiano semi vuoti.
Si potrebbe visitare Nuuk, allora, ma con la consapevolezza che non è il villaggio di Babbo Natale. I filmati, di solito, inquadrano le idilliache casette blu, rosse e gialle adagiate sul manto bianco che si specchia nell’acqua. Bello. Ma tre-quattrocento metri all’interno, si alzano palazzi fino a 10 piani o lunghe stecche da manuale di brutta edilizia popolare.
Gli imprenditori, gli uomini d’affari potrebbero essere attirati dai tesori di cui si favoleggia, nascosti nel sottosuolo o nei fondali marini. Il petrolio? Sì, i geologi stimano che vi siano consistenti riserve al largo delle coste nordorientali. Le terre rare, invece, metalli indispensabili per centinaia di applicazioni, dai microchip alle batterie per le auto, sarebbero sotterrate lungo la sponda orientale e occidentale. Ma chi è in grado di tirarle fuori?
Fra le tante opinioni, conta, decisamente più di altre, quella di Naaja Nathanielsen, ministra nel governo locale, responsabile, tra l’altro, dei dicasteri Risorse minerarie ed Energia. L’esecutivo è ospitato in una palazzina rossa a due piani. A parte le bandiere e l’immagine di un grande orso bianco con lingua fiammeggiante sulla porta a vetri, non c’è nulla di solenne, di ufficiale. Su un lato ci sono gli uffici dei 31 deputati; dall’altra le sale per i ministri e il premier. I ministeri minori sono ospitati all’ultimo piano di un centro commerciale lì vicino. Divisione dei poteri alla maniera artica, dicono Kuno Fenker e gli altri parlamentari con i quali abbiamo conversato.
La ministra Nathanielsen, 50 anni, è una Innuit. Anche lei, come i pescatori, i commercianti, i giornalisti locali, i docenti dell’università, e altri ancora, sorride non appena evochiamo le famose «materie prime»: «Non siamo ancora pronti. Per ora abbiamo solo una miniera attiva, da cui ricaviamo il feldspato, una sostanza che si usa nell’industria delle vernici. A breve dovremmo aprire una miniera d’oro. Le terre rare ci sono, ma per portarle alla luce serviranno massicci investimenti e cinque, dieci, quindici anni di duro lavoro. Quanto al petrolio: in passato sono state sospese le trivellazioni per salvaguardare l’ambiente, ma in ogni caso trovare il greggio è come cercare un ago in un pagliaio. E una volta localizzato, è molto difficile estrarlo. Non dimenticate che siamo pur sempre nell’Artico. Devono passare almeno dieci anni dalla scoperta di un pozzo alla produzione del primo barile».
Si capisce, allora, perché le multinazionali americane, Chevron, Exxon, Texaco, Phillips, più l’europea Shell, abbiano rinunciato da tempo alle perforazioni. Non si vede neanche la ressa di corporation in grado di reggere i costi e i tempi lunghi imposti dalle miniere. Questa sembra essere la Groenlandia reale.
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