Com'è debole Donald Trump. Com'è forte la sua America
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Gli eventi degli ultimi giorni confermano questo paradosso. Un sondaggio del Washington Post attribuisce al 60% degli intervistati un giudizio negativo sul presidente. La bocciatura che la Corte suprema ha inflitto ai suoi dazi è una sconfitta politica, un danno alla sua immagine nell’opinione pubblica nazionale e una ferita alla sua credibilità presso i governi stranieri.
«Il prurito del sesto anno», evocato dallo storico britannico Niall Ferguson come la regola implacabile che ha azzoppato quasi tutti i presidenti Usa giunti a metà del secondo mandato, nel suo caso sembra più simile a una crisi allergica acuta.
Al tempo stesso, l’America non è mai stata così forte. Diversi segnali da varie parti del mondo lo dicono.
In Venezuela i sondaggi rivelano che una maggioranza della popolazione dà un giudizio favorevole dell’operazione Maduro, anche se non ha portato la democrazia nel loro paese sono grati agli Stati Uniti di avere aperto l’opportunità di un futuro diverso.
In Messico l’uccisione di uno dei massimi leader dei narcos è il risultato di una nuova strategia adottata dalla presidente socialista, che accoglie le pressioni esercitate da Washington. Tutti gli equilibri geopolitici dell’America latina si stanno adattando a un’epoca in cui l’influenza degli Stati Uniti torna ad essere dominante, a scapito degli avversari storici Russia Cuba Cina.
In Iran prosegue il conto alla rovescia, fra minacce di intervento militare americano e pressioni per un accordo diplomatico in cui il regime sanguinario degli ayatollah rinunci all’atomica. Intanto sono riprese le proteste nelle università. Ma i due maggiori alleati e protettori della teocrazia islamica, Cina e Russia, sono assenti, muti e impotenti. Le recenti manovre militare congiunte russo-iraniane hanno avuto un effetto controproducente: hanno solo messo in scena la dimensione minuscola delle loro forze, in confronto all’imponente dispositivo militare americano in quell’area. Tutte le opzioni restano aperte, dal raid di breve durata alla guerra lunga all’accordo diplomatico se gli iraniani cedono. Ma tutte passano da Washington, mentre Pechino e Mosca sono ridotti al rango di spettatori in una zona del mondo per loro strategica e dove un tempo avevano ben altra influenza.
Tornando al fronte domestico. Trump è uscito malconcio dalla sentenza di venerdì della Corte suprema, ma l’America ne è uscita rafforzata. La sua democrazia è sana, i contropoteri funzionano. Trump si è indignato perché dei giudici repubblicani da lui stesso nominati lo hanno «tradito», non si sono comportati da docili servitori. Così facendo ha commesso lo stesso errore di tanti osservatori europei che hanno sottovalutato la resilienza di una Repubblica che dura da due secoli e mezzo, e che nella sua esistenza ha dimostrato di saper sopravvivere a diversi aspiranti autocrati.
Ora gli europei dovranno evitare un altro errore: quello di pensare che con la sentenza della Corte suprema si stia chiudendo la stagione del protezionismo e del nazionalismo economico negli Stati Uniti. In realtà, come ha dichiarato al Wall Street Journal Josh Lipsky dell’Atlantic Council, «gli alti dazi americani sono destinati a restare». A prescindere dalle alternanze politiche.
L’analisi di Greg Ip sullo stesso quotidiano economico è illuminante. Come la maggior parte dei commentatori del Wall Street Journal, anche lui è contrario ai dazi. Tuttavia ha lucidità politica. Osserva che nessun presidente futuro rinuncerà con leggerezza alle centinaia di miliardi di dollari che i dazi oggi generano in entrate annuali. I dazi quasi certamente porteranno alla creazione di alcuni posti di lavoro e di nuove fabbriche nei prossimi tre anni. Questo crea una base elettorale pronta a difendere i dazi, soprattutto in settori chiave come l’acciaio e l’auto e in Stati in bilico come il Michigan e la Pennsylvania.
Nel frattempo, entrambi i partiti si sono allontanati dal libero scambio. I repubblicani al Congresso sono in generale favorevoli al commercio aperto, ma meno di quanto lo fossero durante il primo mandato di Trump. Nel 2018, l’allora senatore Pat Toomey della Pennsylvania riuscì a convincere la maggior parte dei suoi colleghi repubblicani a votare a favore di un disegno di legge per limitare i dazi imposti da Trump. Lo scorso ottobre, soltanto quattro senatori repubblicani hanno votato per una risoluzione analoga.
«Quando chiedo ad alcuni repubblicani dell’establishment – scrive Greg Ip – quale sarà la loro futura politica commerciale, mi rispondono che non avrà l’impulsività di Trump, né il suo tono sprezzante o la sua tendenza a mettere nello stesso calderone avversari e alleati. Tuttavia manterrà l’enfasi sulla reciprocità, cioè la punizione dei paesi che trattano male gli Stati Uniti con i propri dazi, tasse e regolamentazioni. Il governo continuerà inoltre a intervenire per sostenere settori come quello dei semiconduttori, vitali per la sicurezza nazionale».
Anche i democratici stanno prendendo le distanze dal libero commercio. Joe Biden aveva mantenuto tutti i dazi imposti da Trump sulla Cina, e i suoi sussidi alla produzione nazionale di tecnologie verdi hanno irritato Europa e Giappone.
I neoliberisti alla Clinton-Obama che un tempo sostenevano il libero scambio all’interno del partito democratico sono in ritirata, mentre l’ala sinistra è in ascesa. All’ultima conferenza strategica di Monaco, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, socialista democratica e possibile candidata alla presidenza, ha definito il North American Free Trade Agreement (poi sostituito dallo U.S.-Mexico-Canada Agreement) «una politica fallimentare» e ha affermato che il commercio ha avvantaggiato in modo schiacciante i più ricchi.
Tutto ciò spiega perché il resto del mondo, invece di aspettare l’uscita di scena di Trump, si stia adattando alla nuova realtà. Una grande potenza come la Cina o gli Stati Uniti «utilizza le dipendenze degli altri e, se necessario, ne approfitta», ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz (ora in viaggio a Pechino). «Noi stiamo quindi riducendo le nostre dipendenze e la nostra vulnerabilità».
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