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Achille Lauro, più Berlusconi o Masaniello? La leggenda dei galoppini e i voti "comprati" con le scarpe

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07.04.2026

C'era una volta Achille Lauro - Populista ante litteram, orfano a 20 anni, con le navi diventa ricco e poi perde tutto. Il cinema lo racconta come costruttore senza scrupoli, artefice del "sacco di Napoli". Gli studiosi sono però concordi: efficiente e innovatore - (Seconda puntata- Fine)

Achiille Lauro, sindaco di Napoli negli anni Cinquanta e Sessanta

Parola di Steve Bannon, il teorico della rivoluzione populista: «Silvio Berlusconi è stato Trump prima di Trump». Ma se è così, e se Lauro è stato «Berlusconi prima di Berlusconi», come ormai molti storici sostengono, allora una prima conclusione si impone: tra gli anni Cinquanta e Sessanta il Comandante Achille Lauro ha anticipato tempi e tendenze socio-politiche di almeno mezzo secolo. Andava nella direzione giusta? Dipende dai punti di vista. Di certo, come ha osservato Paolo Macry, Lauro «anticipa la politica carismatica, il partito personale, una demagogia con venature anti-istituzionali, il mito della società civile contrapposta alla società politica». E, volendo aggiungere, anticipa anche, con Canale 21, la prima tv privata, un sistema mediatico funzionale al progetto politico; un programma alternativo a quello statalista e industrialista e un’idea di città basata decisamente su politiche per il turismo e lo spettacolo, con feste di piazza, musica popolare, alberghi e casinò.

La vita privata: orfano e internato dal regime

A lungo, tuttavia, la sua figura è rimasta sospesa tra apologia e damnatio. L’enfasi popolare da un lato, la sistematica delegittimazione degli avversari dall’altro, hanno impedito per anni una valutazione equilibrata. E così la sua avventurosa biografia si è prestata a ogni uso polemico: prova regina tanto per l’accusa quanto per la difesa.Nato nel 1887, figlio di un piccolo armatore, Lauro resta orfano a vent’anni e si trova a gestire debiti e una sola nave. Riesce tuttavia a risollevarsi. Dopo la Prima guerra mondiale acquista un relitto nel porto di Napoli e costruisce rapidamente una flotta che nel 1939 conta cinquantacinque unità. La Seconda guerra mondiale lo travolge ancora più duramente: perde tutte le navi e nel 1943, per i rapporti con il regime fascista, viene internato a Padula per ventidue mesi. Prosciolto nel 1945, riparte ancora una volta da zero e nei primi anni Cinquanta la flotta che porta il suo nome diventa la più grande compagnia privata d’Europa.

Il sogno sfumato di Roma

L’ingresso in politica avviene nella destra monarchica, ma prima tenta - senza successo - un dialogo sia con il Pci sia con la Dc. Spregiudicatezza? Sogno di un nuovo inizio? Pragmatismo imprenditoriale applicato alla politica? In Parlamento viene comunque eletto più volte. Ma a Roma, nonostante un protagonismo sottolineato da più parti, non riesce, come in realtà vorrebbe, a imporsi come guida del conservatorismo meridionale. A Napoli, invece la strada è spianata. È sindaco nel 1952 e nel 1956. E tutto procede fino a quando il ministro Tambroni scioglie il consiglio comunale e invia a Napoli il prefetto Correra come commissario straordinario. Nel 1961 Lauro è costretto alle dimissioni. Da allora inizia un lento declino, fino al fallimento della flotta nel 1982. Muore a Napoli il 15 novembre dello stesso anno, a novantacinque anni.

I galoppini e la sponsor Angelina

Per decenni il suo nome è stato identificato con quello del costruttore senza scrupoli di Le mani sulla città di Francesco Rosi, fino a diventare sinonimo di ogni scempio edilizio consumato a Napoli in quegli anni. Allo stesso modo ha attecchito la leggenda delle scarpe distribuite dai galoppini: una prima del voto, l’altra dopo.Eppure, negli anni Ottanta, l’assessore comunista Andrea Geremicca riconobbe che le speculazioni più pesanti si verificarono soprattutto negli anni successivi alla stagione laurina. Quanto ai voti “comprati”, resta significativa la testimonianza del suo più tenace avversario, Silvio Gava. Nelle sue memorie parla del duello elettorale con Lauro e cita la presenza capillare dei suoi galoppini, ma aggiunge che ancor più efficace fu l’opera della moglie Angelina: «Una santa donna, dedita ad opere di carità che praticava largamente attingendo alle robuste casse del marito, da parte sua anch’egli di cuore generoso».

Più potente di Masaniello

Il primo studio sistematico sul laurismo si deve a Percy Allum. Nel 1975, è lui, il sociologo in sandali e blue-jeans venuto dall’University of Reading, a ridurre il Comandante a una sola dimensione: quella del populista ante litteram, del primo “viceré” repubblicano e del più potente Masaniello del Novecento. Si deve invece a Pierluigi Todaro la prima inversione di rotta. Nel 1990, parla di «un’efficienza non priva di una sua modernità», e di un leader «capace di presentarsi al governo nazionale, quale artefice di una vasta unificazione del tessuto politico e sociale napoletano». E con Todaro, gli altri. Salvatore Lupo: «Il confronto col Berlusconi mostra che il laurismo non era mero sottoprodotto dell’arretratezza». Paolo Mieli, nell’introduzione a un libro in inchiesta dei praticanti della scuola di giornalismo di Suor Orsola Benincasa: «Ci sono molte ragioni per riconsiderare la sua avventura umana e politica». Eugenio Capozzi: «È stato un profeta della seconda Repubblica, un precursore del leaderismo, della mobilitazione moderata». Luigi Musella, che accosta la figura di Lauro a quella di Giuseppe Dozza, il mitico sindaco comunista di Bologna e di Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze: «I tre sono oggi considerati personalità agli antipodi ed è difficile immaginare una più vistosa contrapposizione di carattere, ma furono tutti leader carismatici al di sopra del partito e delle parti che li sostennero e distanti a tal punto dal sistema da potersi comportare come messia politici». Maria Luisa Stazio: «Lauro possedeva una straordinaria capacità di essere in sintonia con le ‘ragioni dell’immaginario’ napoletano, un indagabile talento nel sentire, eccitare, conquistare, ed eventualmente volgere al suo vantaggio, quelle ‘ragioni del cuore’ che la ragione non conosce…».

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La versione di Sorrentino

Il tempo ha dunque aiutato a capire, distinguere, problematizzare. Eppure, al cinema, con «Parthenope», è arrivato il Lauro di Sorrentino: più evocato che indagato, consegnato al luogo comune più che alla complessità storica. Quella complessità l’ha invece restituita Paolo Macry parlando al pubblico dell’ultima edizione di Casa Corriere: «La Napoli degli anni Cinquanta è certamente un territorio attardato rispetto al Paese, debole strutturalmente, fragile nelle borghesie locali, dipendente dalle provvidenze governative. E tuttavia appare disponibile alle innovazioni politiche del Comandante, sensibile al suo appello agli spiriti animali. Un contesto contraddittorio, che non si presta perciò alle semplificazioni».

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