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Alfonso Andria: «Non mi

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14.03.2026

L'ex senatore partecipa alle riunioni dell'Altro campo con M5S, parte dei Socialisti Italiani, Noi di Centro e Sinistra Italiana. «Il Pd non c'è, sono 33 anni che a Salerno non esiste quando si vota. C'è solo quando serve a De Luca»

Alfonso Andria come Niccolò Paganini. Non ripete. È bastato che a Salerno si diffondesse la notizia che l’ex europarlamentare, senatore e due volte presidente della Provincia facesse parte del rassemblement di centrosinistra a caccia del candidato sindaco anti-De Luca e subito qualcuno ha ipotizzato una sua nuova discesa in campo, a 20 anni dalla sconfitta alle urne proprio contro De Luca. Nel bar in cui ci incontriamo un vecchio artigiano lo vede e lo abbraccia:«Alfò, sai la differenza tra te e De Luca? Tu sei amato, De Luca temuto». 

Allora è sicuro, non si candida a sindaco di Salerno ? «Me lo stanno chiedendo tutti, per strada e in autobus, a volte in modo ossessivo. Non mi candido, la mia indisponibilità è irrevocabile. Tengo a ricordare che nel 2022 ho lasciato il Pd, che contribuii a fondare, perché non mi andava di restare in un partito di yesmen. Oggi sono un battitore libero senza tessera di partito». Ma chi c’è in quest’aggregazione? Lei ne è il presidente? «Ci sono M5S, Azione, un pezzo consistente dei Socialisti Italiani, Sinistra Italiana, Oltre, Casa Riformista, Noi di Centro, Popolari e Moderati, Salerno in Comune, Salute e Vita e altre associazioni. Non c’è un presidente, il coordinamento è affidato a Virginia Villani, ex deputata dei 5 Stelle. Io ne faccio parte da cittadino e basta». 

Non c’è il Pd, quindi niente Campo largo. E non c’era neppure quando 20 anni fa si candidò a sindaco contro De Luca spaccando la sinistra. «È un Altro campo. Venti anni fa il Pd si sfilò all’ultimo momento, a pochi giorni dal voto. Io rimasi in corsa per senso di responsabilità. Il Pd non può esistere in una città come Salerno, c’è solo quando serve a De Luca. Il suo civismo sta in candidati che figurano per larga parte in ognuna delle sue liste pur avendo la tessera del Pd in tasca. In 33 anni in consiglio comunale il Pd non c’è mai stato. Nonostante De Luca sia tuttora componente della direzione nazionale». 

Come mai De Luca non ha fatto il terzo mandato da presidente della Regione? «Ha voluto precipitare le cose per affermare la sua leadership a discapito dei colleghi nella sua stessa situazione (Zaia, Fedriga, Emiliano). Un errore madornale, se non avesse fatto la legge regionale, impugnata dal governo e bocciata dalla Consulta, oggi sarebbe stato ancora presidente perché anche le forze politiche di maggioranza erano interessate al terzo mandato ed Enzo Napoli sarebbe ancora sindaco di Salerno». 

Già, Napoli. Si è dimesso “perché si sono determinati nuovi scenari politici” consentendo a De Luca di anticipare di 17 mesi il suo ritorno. «De Luca quando non si sente proprietario di una cosa ne dispone come vuole: la strappa, la contorce, la taglia a pezzi. Quando fu eletto sindaco la seconda volta nel 1997 doveva restare fino al 2002 e invece ad inizio 2001 lasciò a Mario De Biase per fare il deputato. Nel 2006 diede il benservito a De Biase che aspirava al secondo mandato con un manifesto “Grazie, Mario” e si riprese il Comune di cui si sente proprietario. La stessa scena si ripete con Napoli, persona perbene e uomo di cultura, costretto ad andar via con motivazioni incomprensibili».

Che opinione ha di Elly Schlein? «Avevo una buona opinione prima, quando disse che voleva mettere fuori dal partito i cacicchi. Poi, per come sono andate le cose, devo pensare che non si riferisse a De Luca». 

E di Piero De Luca? «È stato eletto deputato mentre il padre era presidente della Regione, se io da presidente della Provincia di Salerno avessi fatto candidare mia figlia a Serramezzana, il comune meno popoloso del Salernitano, sarebbe scoppiato un finimondo».

Cosa ricorda della campagna elettorale da candidato sindaco nel 2006? «La volgarità del gergo, in pubblico ma anche in privato. De Luca vedeva in me un nemico capitale non una persona con cui confrontarsi civilmente». 

Com’è oggi il rapporto con De Luca? «Non c’è rapporto. Prima almeno ci salutavamo, da quando non ha più risposto al mio saluto, ne faccio a meno pure io. Però quando serviva c’è stato un rapporto: nel 1993 da consigliere comunale mi feci promotore di un’iniziativa affinché fosse lui il sindaco e in tempi più recenti, nel 2010, prima campagna elettorale per la Regione (quella persa con Caldoro), lo accompagnai in determinati ambienti per farlo votare e lui apprezzò il mio atteggiamento costruttivo». 

Chi sarà il candidato dell’Altro campo? «Lo stiamo scegliendo, facendo un’attenta valutazione sulle persone che possano incarnare lo spirito della coalizione e l’idea alternativa della città. Probabilmente non sarà un politico di professione». 

Alla fine vincerà De Luca? «Si compete ad armi impari, io non ignoro quello che c’è dietro e intorno a De Luca, una mappa del potere ben consolidata e di sicuro un apparato già in movimento e da tempo. L’importante è affrontare la competizione con grande nitidezza e onestà intellettuale. Senza sbavature». 

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