La grande ingiustizia è quando le vite non si incontrano più
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18.12.2025
«Un uomo di colore nato e cresciuto in alcune zone di Harlem a New York, ha meno possibilità di raggiungere i 65 anni rispetto a un bambino nato e cresciuto nelle zone rurali del Bangladesh». Il dato può sembrare sorprendente ma è reale ed uno dei punti di partenza della riflessione che il filosofo britannico Brian Barry elabora nel suo ultimo libro intorno al tema della giustizia sociale, Why Social Justice Matters. L’idea di base di Barry è che il principale problema delle nostre società non è tanto quello della povertà quanto quello della disuguaglianza. Perché la disuguaglianza associa ai danni della povertà anche quelli della disgregazione sociale: l’erosione della fiducia tra i cittadini, l’umiliazione degli ultimi e la compromissione della logica democratica. Ciò avviene attraverso quella che Barry chiama the machinery of social injustice, il “dispositivo” dell’ingiustizia sociale”: un sistema che produce e riproduce ingiustizia in modo strutturale, impersonale e continuo, quasi automatico. La distribuzione ineguale dei vantaggi e delle opportunità ha origine naturale e sociale (la lotteria dei geni e quella della famiglia), ma questa ineguaglianza viene rafforzata, invece che mitigata, dalla capacità dei più ricchi di manipolare le istituzioni a proprio vantaggio. Infine, il “dispositivo” si muove sul piano dello story-telling, creando una narrazione nella quale le differenze strutturali vengono trasformate in giudizi morali, così che chi perde neanche si ribella più. Semplicemente si sente in colpa.E così il potere economico diventa potere politico, che diventa istituzionale e, infine, simbolico. La lettura del libro di Barry non può non farci riflettere sulle dinamiche economiche, sociali e politiche che anche le nostre società stanno ormai da tempo sperimentando. L’Italia, da questo punto di vista non è certo........
© Avvenire
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