Il dovere di immergerci nel nostro tempo
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«La sua era una concezione del tempo diversa, particolare, quella che fa dire: ‘Ai miei tempi!’. Non è il nostro tempo, questo? … Non c’è niente di peggio dell’essere figliastri del proprio tempo. Non c’è sorte peggiore di chi vive in un tempo non suo. Li riconosci subito: negli uffici del personale, nei comitati di partito, nelle sezioni politiche dell’esercito, nelle redazioni dei giornali, per strada. Il tempo ama soltanto chi ha generato, ama i propri figli».Sono parole di Vasilij Grossman, in Vita e Destino, uno dei romanzi-capolavoro del Novecento. Una meditazione sul tempo particolarmente adatta in questo trentuno dicembre, quando il tempo-kronos ci invita a riflettere sul tempo-kairos, sul senso di un tempo che finisce davvero mentre un altro tempo continua, davvero, come sempre. La tentazione di essere figliastri del tempo è particolarmente forte ed efficace durante i tempi difficili, ancora di più per chi ha conosciuto tempi belli e buoni in passato, e quindi forte diventa l’attrazione dell’illusione di rifugiarsi nel paese di ieri, quello che non c’è più ma che ci promette ancora qualche piccola consolazione. Oggi i cattolici, ma anche chi ha creduto alle grandi narrative sociali e politiche del Novecento, sono particolarmente catturati dalla tentazione di dire e vivere ‘ai miei tempi!!’; e quindi auto-condannarsi a vivere sfasati, fuori tempo, da reduci, ospiti. Si rifugiano nelle famiglie di ieri, in quelle chiese piene, in un ambiente da ‘i migliori anni della nostra vita’, e così si scordano che gli unici ‘anni migliori della nostra vita’........
© Avvenire
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