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Guerra, deterrenza e impasse: il Medio Oriente tra escalation e limiti strategici

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15.04.2026

Analisi geopolitica del dott. Yari Lepre Marrani

La fase attuale del conflitto mediorientale si distingue per una caratteristica ricorrente nella storia delle guerre contemporanee: l’incapacità delle grandi potenze di trasformare la superiorità militare in risultati politici stabili. Il confronto tra Stati Uniti e Iran, amplificato dalla postura aggressiva dell’amministrazione di Donald Trump e dalla linea dura del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, sembra avvitarsi in una dinamica di escalation senza sbocco.

Il paradosso della potenza americana Gli Stati Uniti si trovano di fronte a un dilemma strutturale. Da un lato, possiedono una superiorità militare schiacciante; dall’altro, l’Iran non è un avversario convenzionale facilmente neutralizzabile. La Repubblica Islamica ha costruito nel tempo una strategia asimmetrica basata su: • reti di alleanze regionali (come Hezbollah) • capacità missilistiche diffuse • profondità territoriale e resilienza politica Questo rende il cosiddetto “regime change” non solo difficile, ma potenzialmente destabilizzante su scala regionale. Le esperienze in Iraq e Afghanistan dimostrano come la rimozione di un regime non garantisca affatto la costruzione di un ordine stabile. La potenza militare, senza una visione politica sostenibile, tende a produrre vuoti più che soluzioni.

La retorica degli ultimatum La strategia comunicativa di Trump si è spesso basata su ultimatum e dichiarazioni ad alto impatto, che evocano scenari catastrofici. Tuttavia, questi strumenti retorici hanno un effetto ambiguo: • rafforzano il consenso interno • ma riducono lo spazio per la diplomazia • e rischiano di intrappolare gli stessi decisori in una logica di escalation Nel caso iraniano, la minaccia costante non ha prodotto un collasso del sistema politico di Teheran, ma piuttosto un suo consolidamento difensivo. Quando la minaccia diventa routine, perde efficacia e aumenta il rischio di errore.

Israele e la logica della sicurezza preventiva Israele giustifica le proprie operazioni militari in termini di sicurezza nazionale e prevenzione. Il confronto con Hezbollah e con l’influenza iraniana in Libano rientra in questa dottrina. Tuttavia, le operazioni militari su larga scala sollevano questioni cruciali: • proporzionalità dell’uso della forza • impatto sui civili • conseguenze a lungo termine sulla stabilità regionale I dati che successivamente cito sulle vittime civili indicano un livello di violenza che alimenta ulteriormente il ciclo del conflitto. In contesti come questi, la distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile diventa sempre più fragile. Ogni vittima civile non è solo una tragedia umana, ma anche un moltiplicatore politico del conflitto.

Hezbollah e la guerra per procura Il ruolo di Hezbollah è........

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