Quando la critica supera il limite, Vespa è garbo e stile
Non mi scandalizzo per il dibattito: il confronto, anche acceso, è il sale della democrazia e della televisione politica. E non mi stupisce che si discuta dei programmi: è fisiologico, persino necessario. Ma c’è una linea che, a mio avviso, non dovrebbe essere superata. Ed è quella che mette in discussione la statura professionale, lo stile e la storia di Bruno Vespa, volto simbolo di Porta a Porta e, più in generale, del giornalismo italiano. Si può essere d’accordo o meno con una conduzione, con una scelta editoriale, con un tono. Ma Vespa rappresenta, da decenni, un riferimento nel giornalismo televisivo: un metodo fatto di rigore, preparazione, controllo dei tempi e, soprattutto, rispetto del contesto istituzionale. Non ho avuto un rapporto diretto con lui, se non in brevi momenti e occasioni pubbliche. Eppure, anche in quelle circostanze, è stato possibile percepire uno stile riconoscibile, fatto di rigore, garbo e attenzione verso gli interlocutori. Ricordo le file per entrare tra il pubblico di Porta a Porta, l’emozione di poterlo poi intervistare e i momenti nei quali ho chiesto ospitalità per la comunità socialista. In tutte queste occasioni ho sempre riscontrato la stessa cifra: serietà e disponibilità all’ascolto. È legittimo discutere di ciò che accade in studio, anche quando il confronto si accende, ma è altrettanto doveroso distinguere tra la critica a un momento televisivo e il giudizio complessivo su una carriera. Perché il rischio, altrimenti, è quello di scambiare l’episodio per la regola, e l’emotività del momento per una verità strutturale. E questo, più che alimentare il dibattito, finisce per impoverirlo.
