Non più invisibile: una vita da salvare e le responsabilità da accertare
Il lavoratore straniero, indiano, con ogni probabilità abbandonato davanti all’ospedale Ruggi in condizioni disperate, oggi è vivo e sta meglio, anche se resta grave: una fascite necrotizzante agli arti inferiori e un quadro settico severo lo avevano portato a un passo dalla morte.
Ora è meno invisibile.
Ha attraversato il confine sottile tra la vita e la morte ed è stato salvato dalla competenza e dall’umanità del personale della camera iperbarica, insieme al lavoro instancabile della rianimazione. Oggi è in malattie infettive, ancora fragile, ma vivo. Da un corpo abbandonato e senza voce a una persona curata, seguita, riconosciuta.
È la dimostrazione di cosa rappresenti la sanità pubblica: una straordinaria conquista, troppo spesso dimenticata.
E mentre lui lotta, qualcosa si muove anche fuori dall’ospedale. Le forze di polizia iniziano ad approfondire, a ricostruire, a non voltarsi dall’altra parte. Non è più solo un caso clinico: è una storia che interroga, che chiama responsabilità.
Ora servono verifiche, fino in fondo. Perché non possono esserci lavoratori sfruttati, lasciati ai margini, ridotti all’invisibilità. E questo va detto da queste colonne, con la solennità di una storia che ha seguito quelle lotte nei campi e nelle fabbriche: quella dell’Avanti, che già nel secolo scorso, prima di altri, raccontava e difendeva i diritti fino allo Statuto dei lavoratori.
È il giornalismo, quello che non viaggia lontano dalla sensibilità politica, che sa essere all’altezza delle storie che incontra. Come ha ricordato Enzo Maraio, così nasceva l’Avanti, nel secolo scorso, prima di altri: per dare voce a chi voce non aveva, nelle terre e nelle fabbriche.
