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Dario Indrigo, l’intransigenza come forma di fedeltà alla musica

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15.04.2026

La scomparsa di un interprete rigoroso e di un intellettuale inquieto

Ho conosciuto Dario Indrigo quando avevo vent’anni anni, in una stagione in cui la musica non era soltanto un linguaggio ma una presa di posizione, un modo di stare al mondo. È in quel clima che nasceva Musica/Realtà, un’esperienza che portava già nel nome un programma preciso: non separare la ricerca artistica dalla vita, e questa tensione tra pratica musicale e responsabilità culturale è stata per lui, sempre, una necessità. Dario esprimeva già allora una personalità complessa, non facile, ma impossibile da ignorare e con la quale ci si doveva necessariamente misurare. Aveva un carattere difficile, segnato da una radicale indisponibilità al compromesso, ma soprattutto un’intelligenza lucida, affilata e una cultura musicale e umanistica che definire vasta è riduttivo. Era uno di quelli che non si accontentano, che scavano, che mettono continuamente in discussione ciò che fanno e ciò che ascoltano. Non si limitava a interpretare: interrogava continuamente la musica, i testi, i contesti. Il suo lavoro di direttore si è sempre nutrito di questa attitudine critica. Lo si vede bene oggi anche attraverso le partiture annotate e i materiali di studio conservati nel fondo da lui donato alla Biblioteca “A. Gentilucci” di Reggio Emilia: tracce di un pensiero musicale in atto, mai pacificato, sempre esigente. In quelle carte si riconosce una pratica della direzione come atto conoscitivo, prima ancora che esecutivo. Il suo percorso si è sviluppato all’interno di esperienze cruciali per la musica contemporanea italiana, a partire da Musica/Realtà, dove è stato presenza attiva e punto di riferimento. In questo contesto, e in altri ambiti della nuova musica, ha avuto modo di confrontarsi con figure come Luigi Nono, Giacomo Manzoni, Adriano Guarnieri: incontri che non sono stati semplicemente collaborazioni, ma occasioni di lavoro e di........

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